Bukoliche americane I

Ho scoperto quest’estate Charles Bukowski grazie ad un amico, che mi ha prestato e consigliato alcuni libri (Compagni di sbronze; Pulp; Post office). Ho scoperto in quest’autore spunti e contraddizioni che ancora non so spiegarmi e che ancora non ho digerito. Questa breve riflessione disordinata vuole essere allora un primo approccio, una prima analisi che forse servirà a me, per capire come affrontare la prossima storia di ordinaria follia di Bukowski, e a voi, per capire quale libro leggere in futuro, se vorrete rendervi conto che forse la nostra vita non ha niente dell’ordinario squallore narrato da quest’autore.

Ero di nuovo stravolto dall’alcool, c’era un’altra ondata di caldo… 40 gradi, da una settimana. Passavo le serate a bere, sempre, e la mattina presto c’era Stone e quelle giornate impossibili.I ragazzi portavano caschi coloniali e occhialoni, ma io no, per me era sempre lo stesso, col sole e colla pioggia… vestiti stracciati, e scarpe così vecchie che i chiodi mi si piantavano nei piedi. Mi mettevo il cartone nelle scarpe. Ma era un sollievo temporaneo… dopo un po’ i chiodi ricominciavano a scavarmi i calcagni.
Perdevo birra e whiskey, a fontanella, dalle ascelle, e andavo in giro con quella croce sulle spalle, tiravo fuori riviste, consegnavo migliaia di lettere, barcollando, col sole che picchiava.

Leggere Bukowski è come prendere sbattere il piede contro l’angolo di un mobile. Ogni parola, ogni frase è messa insieme come per miracolo, o almeno questa è l’impressione. Come può quest’uomo così ubriaco aver messo insieme tre parole, non aver perso il lume della ragione, aver ritrovato in quei luridi appartamenti in cui vive una macchina da scrivere e un foglio che non fosse sporco di vino? Bukoswski puzza di vomito e alcol, di sifilide e di biancheria sporca, di cavalli e di sigaro. Lo si vorrebbe leggere tutto d’un fiato, ma ad un certo punto manca l’aria, il lettore si sente prosciugato, non può credere che questa sia l’America e che un uomo possa abbassarsi a tal punto. Da buon borghese educato e intellettuale, il lettore medio subisce un fascino terribile di fronte a questo déreglement des sens che non ha più nulla di romantico. Forse Rimbaud, ritirandosi ancor giovane in Africa a vendere armi, aveva capito dove stava andando la sua epoca. Era il trampolino di lancio verso il baratro, un tuffo in una palude di vino da un dollaro la bottiglia, la ricerca di una cassa da sei di birra da discount da bere soli a mezzanotte in un appartamento di cui non si è pagato l’affitto. Bukowski sguazza in questa palude senza appiglio e con lui c’è l’America.
Non c’è poesia in Bukowski, non c’è speranza, ma ci sono uomini che si lasciano vivere addosso. Disadattati, drogati, papponi, ubriaconi, puttanieri, pederasti, strupratori, pedofilie, maniaci, ninfomani, prostitute, artisti falliti, editori opportunisti, scrittori senza talento, superiori masochisti, baristi spietati, mariti codardi e mogli infedeli. Se questa è l’America, solo la scrittura poteva forse salvarla. E così ci ritroviamo con questi libri di cui sinceramente non saprei che giudizio dare. Come ho detto, il fascino è innegabile, ma il puzzo insopportabile.
Che differenza c’è tra un Bukowski e un qualsiasi americano medio degli anni ’50 morto di overdose o di cirrosi? Perchè non prendere la vita miserevole di uomo morto prematuramente di alcol e prostitute e innalzarla a capolavoro? Bukowski non era che uno tra tanti, ma ne era consapevole. Leggendo le avventure di Henry Chinaski, alter-ego dell’autore, lo si capisce. Henry è sempre fuori luogo, non sa dove si trova. I suoi libri vengono pubblicati e nemmeno se ne interessa. Si ha l’impressione che scriva e viva per caso. Henry è uno sconfitto, un perdente schiacciato dalla società. Solo un edonismo sfrenato lo salva dal suicidio. Ed è un edonismo che gli riesce facile, ma che lo distrugge senza alternativa. Henry si guarda allo specchio e vorrebbe pettinarsi la faccia, si alza dal letto per potervi ritornare sbronzo e cadervi sopra incosciente. Henry presenta i suoi libri davanti a professoroni e critici, leccaculo e ipocriti, borghesi lontani anni luce dal pantheon alcolico dell’autore. Come si può capirlo? Questi libri non sono parole o racconti, sono vita vissuta, una vita che purtroppo o per fortuna non ci tange se non lontanamente. A Bukowski non importerebbe niente di ciò che sto scrivendo. Non era artista, né poeta, né scrittore, né professore, né critico, né vagabondo, né profeta. Come definirlo senza darne una descrizione traviante? Nemmeno lui, abbandonato sul proprio divano, cercò probabilemnte di dare una definizione di sé stesso.

Ieri, era venerdì, era una giornata buia e piovosa, e io continuavo a ripetermi, mantieniti sobrio, amico, non cadere a pezzi, uscii dalla porta e da qui nel prato del padrone di casa e abbassai la testa appena in tempo per evitare una pallonata scagliata da un futuro mediano scudettato, nel 1975-1976?, e pensai, gesù, non manca molto al 1984 ricordo quando lessi quel libro, pensai, beh, 1984, è dieci milioni di miglia dalla Cina, ed ecco che ci eravamo quasi, e io ero quasi morto, mi preparavo, succhiando il ciuccio polposo, pronto a sputarlo fuori. giornata buia e piovosa – una camera mortuaria, una camera mortuaria buia e puzzolente: Los Angeles, California, tardo pomeriggio, venerdì, la Cina ad 8 miglia di distanza, riso con contorno di occhi, vomitanti cani di lutto – giornata buia e piovosa, ah merda! – e mi ricordai di quando ero bambino, pensavo che mi sarebbe piaciuto vivere fino a veder l’anno 2000 pensavo che sarebbe stata una cosa magica, col mio babbo che mi menava di brutto ogni giorno volevo campare fino ad 80 anni per vedere l’anno 2000; adesso che un po’ tutto mi mena di brutto non ho più quel desiderio – vivo un giorno per volta, GUERRA, giornata buia e piovosa – mantieniti sobrio, amico, non cadere in pezzi […]
Compagno di sbronze

 

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