Mare! Scroscia! Dov’è il tuo posidonico canto stanotte?

La mattina dopo la bottiglia è vuota e io mi sveglio di nuovo con gli “orrori ultimi”. […] Una volta di più odo me stesso gemere: “Perché Dio mi tortura?”. Ma chi non abbia avuto il delirium tremens anche soltanto nei primi stadi può non capire che non si tratta tanto di una sofferenza fisica quanto di un angoscia mentale indescrivibile […]. L’angoscia mentale è tanto intensa che senti di aver tradito la tua stessa nascita, le fatiche anzi no le doglie del parto di tua madre quando ti generò e ti mise al mondo, hai tradito ogni fatica di tuo padre per nutrirti e crescerti e farti forte e mio Dio persino prepararti alla “vita”. Il povero ubriacone sta piangendo…piange per la madre e per il padre, per il fratello maggiore e il migliore amico, piange invocando aiuto…

Il Kerouac di Big Sur non è lo stesso di Sulla Strada. La baldoria, la festa sfrenata, l’ubriachezza e la costante esplosione di vita hanno lasciato lo spazio a una silenziosa malinconia. Qualcosa si è spezzato. Il successo, i soldi e la fama hanno intrappolato Jack in logiche opprimenti. Nell’America degli anni ’60, la generazione beat ha perso ai suoi occhi la propria forza originaria, si è corrotta, si è fatta moda, bene di consumo di massa, modello da imitare: non vi è più creazione né vita in tutto ciò e Jack è svuotato, sull’orlo della disperazione e della pazzia.Si ritrova sbronzo sul pavimento ancora una volta, piange e si rifugia per qualche settimana nella capanna dell’amico Monsanto, a Big Sur. La costa californiana è spaventosa e Jack vive nella propria solitudine tutto il sublime di una tale paesaggio. La costa alta e rocciosa sormontata da un ponte mostruoso, moloch, incarnazione della artificio della società da cui Jack prova a fuggire. Il mare, l’oceano mai stanco che ulula alla luna e il cui ruggito getta Jack nell’orrore più profondo. Big Sur è un viaggio solitario e introspettivo, una ricerca al senso della vita che non è più spaziale, non passa più attraverso le decine e decine di chilometri, ma è scandito dal rumore delle onde e dal cinguettio della natura. Jack torna alla natura per ritrovarsi, ma l’uomo moderno è corrotto e colpevole, porta sulle spalle un fardello di cui non riesce a liberarsi. Jack è spaventato dalla bellezza della natura, la ama nelle sua unicità, vorrebbe perdersi in quel mare nero e non riemergerne più, vagare senza pensieri come il solitatio asino Alf Burrosanto, che raglia nella valle. Ma come abbracciare l’immenso? Come uno Zarathustra, Jack torna a sé stesso in quella sperduta capanna, ma il richiamo della società sembra esser indelebile. Forse solo la pazzia potrà cancellare anni di sofferenze interiori a redimere una vita privata di senso (un senso che una volta c’era e ora no).Big Sur è il libro delle contraddizioni. È la storia di un uomo incredibile, sensibile, creativo, dotato di un occhio interiore non comune. Ma tutta la molteplicità del passato, quella molteplicità che era per l’autore vita e respirazione a pieni polmoni, è diventata ferita e piaga insanabile, un peccato originale che l’alcol può alleviare, ma non estinguere. Jack osserva la propria vita seduto su una sedia, non coglie più le occasioni né l’amore vero di una donna e si chiede:

What are we gonna do with our lives? ”Oh, I dunno, just watch ‘em i guess.”

Al lettore resta la bellezza di una scrittura che è poesia sui generis, resta la potenza di un dolore che è in fondo il dolore di ogni uomo alla ricerca di un senso: pensavamo di averlo trovato, ma la vita non smette mai di sbronzarci, di farci ricominciare da capo, dal pavimento. Se la vita è vissuta ai limiti, come una tragedia, l’epilogo più adatto non è forse la pazzia, la morte?

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