Soldati di Salamina

Soldati di Salamina di Javier Cercas è un libro che non avrei mai letto se non me lo avessero consigliato. Uno di quei libri come se ne vedono tanti sugli scaffali delle librerie. Copertina gialla, illustrazione stilizzata di un soldato in rosso, citazione di Vargas Llosa a testimoniare la bellezza del libro (non ho mai letto Vargas Llosa, perché dovrei leggere un libro da lui consigliato?). Insomma, nella mia perenne indecisione non l’avrei mai comprato, né l’avrei preso in prestito in biblioteca. Come scegliere tra le migliaia di titoli disponibili? Mi rendo conto che di solito mi lascio andare a quella che potremmo definire “la dittatura dei classici”, ovvero una dittatura sicuramente più proficua di quella dei best seller, ma pur sempre una dittatura bella e buona. Coi classici non sono più io a decidere, ma il Tempo, i secoli attraverso cui il libro è passato indenne, sopravvivendo alle epoche e ai cambiamenti storici. Il Tempo, questo dittatore che conosciamo bene, ha scelto di far arrivare a noi Tolstoj e Hemingway, Goethe e Kafka. Il Tempo ha scartato per noi scrittori che difficilmente ritroveremo in edizione economica oggi: erano scrittori discreti, dotati di una buona capacità di scrittura e di una fervida immaginazione, ma tutto ciò non è bastato a renderli grandi scrittori. Scrivendo mi torna in mente proprio una frase di Soldati di Salamina. Il protagonista è un giornalista che s’imbatte in una storia che potrebbe avere un finale a sorpresa. É alla ricerca di tutti i pezzi del puzzle per completare la storia Rafael Sanchez Mazas, personaggio realmente esistito, teorico della Falange spagnola e successivamente ministro del governo franchista. Il giornalista legge e rilegge l’opera omnia di Sànchez Mazas e afferma a proposito dei suoi libri di poesia:

«Li lessi con curiosità, addirittura con piacere, ma non con entusiasmo: non ebbi bisogno di esaminarli accuratamente per concludere che Sanchez Mazas era un bravo scrittore, ma non un grande scrittore, anche se ammetto che non avrei saputo spiegare la differenza tra un grande scrittore e uno bravo.»

Ecco. Dove sta la differenza? Sta nel giudizio del tempo? Sta nel saper parlare in modo chiaro al maggior numero di persone? Sta nella presenza o nell’assenza di quell’entusiasmo di cui parla l’autore? Insomma, non c’è una sola risposta perché non ci sono parametri univoci di valutazione. Tuttavia mi accorgo di essere sotto la dittatura dei classici. Col classico non si rischia, perché è appunto un classico, un libro di cui appunto non si può non riconoscere il valore.

Ma veniamo ai meriti di Soldati di Salamina. Non è un semplice romanzo storico, né la biografia di un poeta falangista, né la storia di un giornalista che cerca di dare un senso alla monotonia della propria vita (non può che venirmi in mente un altro libro che sto leggendo, cioè Dance, Dance, Dancedi Murakami, in cui la vita di un giornalista trascorre senza un vero senso finché un giorno…). Soldati di Salamina è affascinante poiché riesce a mettere insieme tutti questi aspetti. Si passa dal racconto delle ricerche del protagonista alla racconto della vita di Sanchez Mazas, dalla vita di un mediocre giornalista di provincia il cui unico romanzo è passato inosservato al sublime racconto della Storia, che segnò con le sue terribili vicende la vita di uomini e donne, li portò a sognare una Spagna più forte e li gettò nello sconforto e nella Guerra Civile qualche anno dopo. Javier Cercas scrive un libro che va in crescendo, che riesce a scendere nel dettaglio delle vite vissute, a evocare la delusione cui i grandi ideali vanno spesso incontro, senza annoiare, ma proponendo al contrario una prosa quasi poliziesca, che coinvolge il lettore fino alla fine.

Il fascino esercitato su di me da questo libro sta soprattutto nel fatto che si presenta come il racconto di un uomo che vuole scrivere un libro. Il protagonista infatti parla in prima persona delle sue ricerche e della sua volontà di scrivere un libro su Sanchez Mazas. Alla fine il lettore capisce però che il libro che il protagonista vuole scrivere non è altro che il libro che si sta leggendo. Come un serpente che si morde la coda, Soldati di Salaminaè allora sia un “dietro le quinte” sia il libro stesso, che si uniscono a formare un tutt’uno. Non c’è più differenza allora tra il libro virtuale che il protagonista sta cercando di scrivere e il libro cartaceo che si stringe tra le mani. Il gioco è fatto, il trucco è svelato, ma la mente resta ingannata poiché ha perso ogni riferimento. Non c’è più alcun binomio realtà-finzione cui appoggiarsi. Il libro parla di sé stesso, in un gioco di specchi infinito. L’autore scrive di un personaggio che cerca di scrivere un libro e quel personaggio non che l’autore stesso. L’uomo che cerca la Vita come se fosse qualcosa di diverso dalla propria vitaquotidiana, arriva al suo ultimo giorno, si volta e capisce infine di averla vissuta.

Che dire, questa lettura mi ha soddisfatto. Non voglio dire che questo libro sia un classico, né che è un libro da leggere assolutamente. Semplicemente, affidiamoci, ascoltiamo consigli di lettura e opinioni delle persone che ci stanno intorno e qualcosa di buono verrà di sicuro. Perché dietro ogni libro c’è in fondo una persona o un gruppo di persone, una storia d’amore, un’amicizia: togliamo tutto questo e non resteranno che pagine prive di significato.

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3 Comments

  1. Molto affascinante il discorso sui classici, che è uno di quegli argomenti da discussione interminabile fino a tarda notte (quando volete, io ci sono!). Un buon punto di partenza mi sembra sempre la riflessione di Calvino (ormai un classico anche lui): http://www.classicitaliani.it/novecent/calvino_01_classici.htm.

    Per quanto riguarda i Soldati di Salamina, che anch'io ho letto perché un'altra persona ha pensato che fosse adatto a me, preferisco citare il passaggio che mi ha fatto cambiare completamente opinione sul romanzo:

    “Vidi il mio libro intero e concreto, il mio racconto reale completato, e seppi a quel punto che avrei soltanto dovuto scriverlo, passare alla stesura definitiva, perché ce l'avevo in testa dall'inizio alla fine, un finale in cui un vecchio giornalista fallito e felice fuma e beve whiskey nel vagone ristorante di un treno notturno che attraversa la campagna francese tra gente che cena e sembra felice e camerieri con il cravattino nero e intanto pensa a un uomo ormai giunto al termine dei suoi giorni che ha avuto il coraggio e l'istinto della dignità e per questo non ha mai sbagliato o comunque non si è sbagliato nel momento in cui contava davvero non sbagliare, pensa a un uomo che è stato limpido e valoroso e puro, e all'ipotetico libro che lo resusciterà quando sarà morto, e allora il giornalista guarda la sua immagine riflessa nel vetro, intristita e invecchiata, che lambisce la notte finché a poco a poco si dissolve e sul finestrino compaiono un deserto smisurato e torrido e un soldato solo, che porta la bandiera di un paese che non è il suo, un paese che è tutti i paesi insieme e che esiste soltanto perché quel soldato tiene alta la sua bandiera negata, un soldato giovane, lacero, impolverato e anonimo, infinitamente minuscolo in quel mare fiammeggiante di sabbia all'infinito, che cammina in avanti sotto il sole nero del finestrino, senza sapere bene dove stia andando né con chi né perché, senza che gliene importi troppo purché sia in avanti, avanti, avanti, sempre avanti”.

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  2. Calvino: “La lettura d'un classico deve darci qualche sorpresa, in rapporto all'immagine che ne avevamo. Per questo non si raccomanderà mai abbastanza la lettura diretta dei testi originali scansando il più possibile bibliografia critica, commenti, interpretazioni. La scuola e l'università dovrebbero servire a far capire che nessun libro che parla d'un libro dice di più del libro in questione; invece fanno di tutto per far credere il contrario”.

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  3. Se avessimo letto più Kant e meno SU Kant!
    Ad ogni modo.
    “Uno scrittore originale non è quello che non imita nessuno, bensì quello che nessuno può imitare.” Chateaubriand.
    E il classico si differenzia, io credo, da un buon libro, perché racchiude in sé lo spirito del suo tempo, pur essendo senza tempo. Esempio: Anna Karenina…
    Tocca rifletterci…

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