Un altro mondo

Due anni fa, in questo momento, stavo muovendo i primi passi in Australia. Ai primi, nelle tre settimane successive, ne sono seguiti molti, in una terra che per me ha rappresentato (e continua a rappresentare) un sogno, un ricordo, un significato. Non so dire perché, non mi importa saperlo: so che una parte di me – una parte che mi piace moltissimo – è rimasta in quella terra rossa, a saltare libera come i canguri. Nonostante sia passato così tanto tempo, riaprire il quadernetto su cui ogni sera ho appuntato qualche sensazione mi fa ancora emozionare: il cuore si anima, gli occhi diventano lucidi. E la mente vola. Per questo ho deciso di condividere per la prima volta due di quei ricordi, due dei più importanti per me – e ci sono stati diversi suggerimenti a convincermi che fosse proprio il momento giusto. Li ho copiati così come li avevo scritti, con qualche errore e qualche ripetizione di troppo. Le fotografie non rendono giustizia alla bellezza di quei luoghi: spero possano farlo le parole.

 

Ricordo 6 – Noi non saliamo
(Outback Pioneer Resort , Ayers Rock Resort, 01/03/2012, 22.30)

 

Vedere Uluru, oggi, credo sia stata una delle emozioni più grandi della mia vita. Siamo arrivati senza intoppi all’hotel, sperso come tutto Ayers Rock Resort in mezzo al nulla di steppa, arbusti dal fusto lungo e sottile e terra bruciata dal sole, rossa come il sangue. Con la comoda jeep abbiamo raggiunto il parco nazionale. E poi, da dietro una duna, all’improvviso, come se si fosse aperta la porta verso un mondo che un attimo prima non esisteva, ecco comparire Uluru. È davvero qualcosa di unico e indescrivibile. Così solitario e massiccio, imponente e misterioso. Sembra quasi un animale, grande e antico quanto il mondo, che si sia fermato a riposare per un attimo e per sempre. La sua bellezza, però, Uluru la sprigiona poco per volta, mentre ci si avvicina, svelando una certa insenatura, una pietra, una levigatura, una grotta che prima non si aveva notato. “Noi non saliamo”, dicono gli Anangu, e fanno bene. Uluru, l’ho capito seguendo il loro consiglio e le loro indicazioni, non va scalato, non va visto dall’alto: va osservato da terra, dalla base. È un luogo sacro, e infatti la potenza che emana si respira con l’aria, si riflette negli occhi.

 

La fonte d’acqua mi ha lasciato senza fiato, con le lacrime pronte a scendere. C’era il venticello fresco a muovere le fronde e i miei capelli, a solleticare la pelle; c’era il profumo pungente e aromatico del deserto dopo la pioggia; c’era l’acqua che scorreva, quasi goccia per goccia, da una parete di roccia infuocata alta fino al cielo. Se potrò scegliere come sarà il Paradiso, spero che mi sia donato bello come Uluru, come quel momento in cui mi sono sentito particella d’acqua, soffio di vento, granello di sabbia. Quel momento in cui mi sono sentito vivo. E me stesso. Quel momento in cui ho pensato che forse gli Anangu hanno capito che cosa vuol dire essere uomini, mentre noi lo stiamo dimenticando.

Ricordo 8 – Into the Canyon
(Kings Canyon Resort, 02/03/2012, 21.01)

Non ho ancora riletto questi pensieri, ma sono sicuro di ripetermi: l’esperienza al Kings Canyon di oggi pomeriggio è stata incredibile. Il viaggio in macchina è finito all’ora di pranzo, dopo chilometri di strada sempre dritta, attraversata di tanto in tanto da una pozza d’acqua. Il resort nel quale alloggiamo ha l’aria da motel dei telefilm americani. Poco lontano c’è il distributore di benzina e una sorta di supermercato, gli unici nell’arco di miglia e miglia.

La passeggiata sul Canyon è cominciata alle 14.30, lungo la strada più impegnativa ma più panoramica. Ancora una volta, devo dirlo, mi è mancato il respiro. Un paesaggio stupefacente: pareti di roccia rossa, ora lisce, come tagliate di netto, ora frastagliate o levigate dall’acqua o dal vento. Le voragini che si aprono tra le diverse pareti di roccia sono coperte di vegetazione e attraversate da cascate e corsi d’acqua. La vallata centrale si chiama “The Garden of Eden” e sì, sembra il Paradiso davvero. Le emozioni e le sensazioni che ho provato sono state numerose: ne riporterò solo qualcuna.

Innanzitutto, mi ha colpito molto l’idea che tutta quella montagna, un tempo, era sabbia che a furia di muoversi e scontrarsi, granello contro granello, è diventata roccia. È bello capire come le cose possono cambiare, anche se mantengono qualcosa dello stadio originario, sempre.

Camminare passando da una pietra all’altra, poi, mi ha fatto ragionare su quanto sia importante lo sguardo e la direzione in cui si decide di puntarlo. Per non cadere lo si fissa sui piedi, ma ci si perde il panorama e l’orizzonte, che poi è l’obiettivo. Forse conviene cadere una volta di più, anche perché il dolore fortifica sempre, piuttosto che perdersi – e non solo perdere – la vita.

Inevitabilmente, infine, questo percorso mi ha fatto venire in mente “Into the Wild”, il film che mi ha cambiato. Quando l’avevo visto, quella sera di maggio di quasi due anni fa, aveva mosso qualcosa dentro di me che oggi ha ripreso a funzionare. Ero come Alex Supertramp, sul Canyon, in comunione con una natura che si mostra troppo splendida per non essere amata. Ho sentito di nuovo sulla pelle il desiderio di lasciare tutto e fare come lui, perché in quel momento ero sicuro che lì la vita avesse un senso diverso, nuovo, completo. Resta un problema da risolvere: ne avrò mai il coraggio? Il vento che soffiava sulla cima del Canyon credo mi abbia sussurrato di sì.

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