L’inverosimile realtà

Arcipelago Gulag è un libro che a causa del suo scottante realismo rischia di essere inverosimile. L’assurdità degli eventi narrati con estrema precisione dall’autore Aleksandr Solženicyn getta infatti il lettore nello sconforto, ma allo stesso tempo dona al lettore l’impressione di trovarsi davanti ad un libro di Kafka. L’universo kafkiano risulta però inevitabilmente ridimensionato davanti alla fantasia della realtà, che sconvolge e allo stesso tempo si nasconde dietro un velo di verosimiglianza oltre cui la mente non vuole spingersi. La Russia stalinista descritta dall’autore è un perfetto capolavoro della letteratura moderna, un libro che sembra essere uscito dalle mani di Orwell e che allo stesso tempo supera e surclassa le peggiori aspettative dell’autore britannico. A confronto,1984 sembra un libro ordinato, i cui protagonisti agiscono razionalmente e in cui le vittime hanno meritato di esser condannate. La macchina sovietica descritta da Solženicyn si manifesta in tutta la sua grandezza e freddezza, ma anche nella sua irrazionalità.
Particolarmente interessanti sono il primo e il secondo capitolo, che da soli valgono l’intero libro, dedicati all’arresto e alla scelta delle persone da condannare. L’autore non si limita a descrivere il proprio arresto, che l’avrebbe portato a scontare 11 anni di prigionia, bensì realizza una vera e propria inchiesta su quella branca che egli chiama “arrestologia”, che è lo specchio dell’assurdità dell’intero sistema Gulag. L’arresto di Josef K. ne Il processo, è ben poca cosa rispetto agli arresti che Solženicyn racconta con maestria e non senza un pizzico di ironia. L’immaginazione di Kafka non basterebbe a dipingere la realtà sovietica di quegli anni, in cui di arresti come quello di Joseph K. ce ne furono a milioni. Ciò che colpisce non è solo la quantità (abnorme!), ma soprattutto le ragioni e le modalità degli arresti. Riporto un arresto particolarmente significativo e altrettanto assurdo, che descrive bene il clima di isteria e terrore in cui si viveva quegli anni:

Ecco una scenetta di quegli anni. Si sta svolgendo (nella regione di Mosca) una conferenza regionale di partito. La dirige il nuovo segretario del comitato rionale, nominato al posto dell’altro, recentemente arrestato. Alla fine della conferenza viene approvato un messaggio di fedeltà a Stalin. Naturalmente tutti si alzano in piedi (come nel corso della conferenza tutti balzavano su a ogni menzione del suo nome). Nella piccola sala è una “burrasca di applausi che diventa ovazione”. Tre minuti, quattro minuti, cinque minuti: sono sempre burrascosi e si tramutano sempre in ovazione. Ma già le palme sono indolenzite. Già le braccia alzate sono informicolite. Già gli anziani hanno l’affanno. Sta diventando insopportabilmente ridicolo anche per chi adora sinceramente Stalin. Ma chi oserà smettere per primo? Lo potrebbe fare il segretario del comitato rionale, in piedi sul podio, il quale ha appena letto il messaggio. Ma è nominato da poco, al posto d’un arrestato, ha paura! Infatti vi sono in sala quelli dell’NKVD, in piedi ad applaudire, osservando chi smetterà per primo! E gli applausi, in una piccola sala sperduta, all’insaputa del grande capo, continuano 6 minuti! 7 minuti! 8 minuti! Sono perduti! Rovinati! Non possono più fermarsi fino a quando non saranno caduti colti da infarto! In fondo alla sala, nella calca, si può ancora fingere, battere le mani meno frequentemente, con minore forza e furore, ma al tavolo della previdenza, in piena vista di tutti? Il direttore della cartiera locale, uomo forte e indipendente, rendendosi pienamente conto della falsità della situazione senza scampo, è tra la presidenza e applaude. 9 minuti! 10 minuti! Egli guarda angosciato il segretario del comitato rionale ma quello non sa fermarsi. Follia! Follia collettiva! I dirigenti del rione, gettando occhiate l’uno all’altro con un filo di speranza ma con la sola esultanza dipinta sulla faccia, applaudiranno fino a cadere, fino a quando li porteranno fuori in barella. E anche allora i rimanenti non batterano ciglio! All’undicesimo minuto il direttore della cartiera assume un’aria indaffarata e si siede al suo posto al tavolo della presidenza. Oh miracolo! dov’è andato a finire il generale indescrivibile irrefrenabile entusiasmo? Tutti in una volta, con l’ultimo battito di mani, cessano e si mettono a sedere. Sono salvi! Lo scoiattolo ha saputo schizzare fuori dalla gabbia con la ruota che gira! Tuttavia proprio così si riconoscono gli uomini indipendenti. Proprio così si tolgono di mezzo. La stessa notte il direttore della cartiera è arrestato. Gli appioppano senza difficoltà, per tutt’altro motivo, dieci anni. Ma dopo la firma dell’art. 206 (del protocollo conclusivo dell’istruttoria) il giudice rammenta: “E non smetta mai per primo di applaudire!”

Solženicyn mette in mostra l’incredibile caccia alle streghe messa in atto dagli Organi per ordine di Stalin. Si tratta di una caccia senza fine, poiché essa è basata sul sospetto, sulla paura e sul controllo delle masse, nell’irrazionale speranza che l’eliminazione di un popolo possa renderlo più docile e obbediente, fedele alla causa sovietica. È una caccia che non si limita a condannare i nemici della patria, ma che ha soprattutto bisogno di crearne! L’autore ricorda in particolare che gli arresti si facevano “per elenchi”: gli ordini venivano dall’alto e ogni sezione doveva raggiungere un certo numero di arresti ogni settimana. In questa logica quantitativa, l’uomo non è più uomo, ma “coniglio”, condannabile, già condannato dalla nascita. Ciò che conta non è più condannare uomini che siano effettivamente colpevoli, bensì convincere il condannato ad ammettere la propria colpevolezza: i pretesti e le ragioni non mancano, si troveranno dopo.
Ed effettivamente l’arresto, che avveniva nei modi più originali e inaspettati, equivaleva già a condanna definitiva da cui pochi tornarono indietro. Si arresta alla luce del giorno, con espedienti e stratagemmi degni di premio Oscar. Un uomo ottiene un improvviso trasferimento sul lavoro: è arrestato sul treno mentre sta raggiungendo la nuova città. Bussano alla porta di notte: l’uomo è buttato giù dal letto e portato via in gran segreto. Non tornerà più. Ti arrestano in ospedale, ferito e mezzo morto, e ti portano sanguinante in carcere. Ti arrestano per strada, avvicinandoti con un pretesto. Ti arrestano in chiesa mentre ti stai confessando. Ti arrestano mentre sei già in prigione per avere un colloquio con tua madre arrestata! Ti arrestano alla luce del giorno e nessuno nota niente, nessuno reagisce, neanche tu. Viene da chiedersi perché non ci fu resistenza, perché milioni di persone furono arrestate e poi deportate senza che nessuno dicesse niente. É lo stesso autore a rispondere:

Gli arresti politici di alcuni decenni erano contraddistinti, dalle nostre parti, appunto dal fatto che venivano presi uomini assolutamente innocenti, e quindi impreparati a qualsiasi resistenza. In piena epidemia di arresti, ognuno dava l’addio alla famiglia uscendo di casa per recarsi al lavoro, perché non poteva avere la certezza di tornare la sera. Al lupo fa comodo la pecora docile.

Non c’è preparazione alcuna all’ingiustizia. Ci si abitua all’ingiustizia sugli altri e non si apre bocca, ma quando l’ingiustizia ci tocca, solo allora ci scopriamo fragili, già distrutti, incapaci di proferire parola, ci limitiamo a dire un inutile: “Io? Perché?”.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...