Lasciamisenzafiato – Elvio Calderoni

Lasciamisenzafiato non lascia spazi, non permette respiri. Come la vita, quando fa irruzione senza chieder permesso, senza bussare alla porta. Senza educazione.

La vita non è educata e non ci educa. Alessandro Vissuti non è pronto: a sposarsi, e ancor più a realizzare che non vuole farlo. Rifugia le sue fantasie su una misteriosa donna che corre da sola di notte, che quando il mondo si ferma, è proprio in quel momento che lei inizia ad ansimare. Immortala la realtà con la fotografia perché la rappresentazione della cosa, prima della cosa.

Irene è pronta ad amare per sempre Alessandro, perché non sa amare se stessa. Progetta case e progetta la vita, un pezzo dopo l’altro pur di non fermarsi a riflettere. Il suo vuoto interiore esplode come il getto di un geiser quando incrocia gli occhi di Clara, musicista di sax, il trucco che cola mentre compone sul palco la sua melodia nera. Nera come il dolore che porta dentro e che nemmeno la musica riesce a sostenere, vacilla, trema, rimbomba, si esaurisce, si dipana, si dirada, corrode, consuma.

Barnaba cerca l’intensità nella miopia della sua tenera età, il violino di Alessandro è un sentiero che decide di percorrere d’un fiato. E in un fiato terminerà, portandosi dietro quel maestro e le sue note ineffabili.

Federico raccoglie le briciole della vita del fratello quasi gemello, tenta d’incastrare tutte le verità lasciate per strada. Cerca, come ogni filosofo, di portare ogni angolo di visuale in un panorama da ammirare, nel suo ordine e nel suo perfetto rigore. Si accorgerà che non è possibile, che non può vedere con gli occhi di tutti, che a malapena riesce a farlo con i suoi.

Un romanzo che venera l’irrazionale, l’inspiegabile. Il vero. Che non è mai l’intero, che non è mai che una parte.

Raccontare le alterazioni. Come fossero diesis bemolle bequadri. Raccontare il mare mosso. Preferire il mare mosso. Pentirsene. Non pentirsene più. Scegliere. Non poter scegliere più.

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1 Comment

  1. “La rappresentazione della cosa, prima della cosa”.

    Anche la femmina possiede un copertone d'auto, ma questo per lei è uno strumento d'uso, con cui ha un rapporto pratico e senza problemi: ci sta seduta dentro come in una poltrona, a prendere il sole spulciando il figlioletto. Per “Copito de Nieve” invece il contatto col pneumatico sembra essere qualcosa d'affettivo, di possessivo e in qualche modo simbolico. Di lì gli si può aprire uno spiraglio verso quella che per l'uomo è la ricerca d'una via d'uscita dallo sgomento di vivere: l'investire se stesso nelle cose, il riconoscersi nei segni, il trasformare il mondo in un insieme di simboli; quasi un primo albeggiare della cultura nella lunga notte biologica. […] “Come il gorilla ha il suo pneumatico che gli serve da supporto tangibile per un farneticante discorso senza parole – egli pensa – così io ho quest'immagine di uno scimmione bianco. Tutti rigiriamo tra le mani un vecchio copertone vuoto mediante il quale vorremmo raggiungere il senso ultimo a cui le parole non giungono”. (I. Calvino, Palomar)

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