L’Avversario – E. Carrère

Leggere L’Avversario di Emmanuel Carrère significa inoltrarsi in un cammino fra terre desolate e tremolanti. Un passo dopo l’altro fra nebbia e sbigottimento, stupore e turbamento.
L’autore si domanda, in fondo, chi è l’uomo, e lo fa attraverso la narrazione della storia di Jean-Claude Romand, che nel 9 gennaio del 1993 uccide sua moglie, i suoi due figli, e i suoi genitori, per timore di venir smascherato da tutte le sue bugie. L’uomo, infatti, ha costruito la sua esistenza e quella di chi gli stava accanto accatastando vent’anni di menzogne: raccontava di essere medico, ricercatore e ricco. L’intento dell’autore, rimasto turbato da quel fatto di cronaca, è di raccontarne la vita, indagarne ogni aspetto emotivo e assistere al processo finale, che lo condannerà all’ergastolo.

Perché, si chiede Carrère, un uomo dovrebbe mentire su tutto e a tutti, per vent’anni della sua vita? Cosa si cela sotto le sue bugie? Vanità, insicurezza, senso d’inferiorità, pazzia. Sicuramente. C’è però qualcosa di più. C’è la caduta di faccia nella rete dell’Avversario, quel male inguaribile che frattura un’esistenza caduca, il nulla che terrorizza e sgomenta, e che porta a compiere il male, un male vero, tangibile, terrorizzante, da cui non si torna indietro.

“Per i credenti, l’ora della morte è quella in cui si vede Dio, non più in modo oscuro, come dentro uno specchio, ma faccia a faccia. Perfino i non credenti credono in qualcosa di simile […]. Per i vecchi Romand, questa visione, anziché rappresentare il pieno coronamento, aveva segnato il trionfo della menzogna e del male. Avrebbero dovuto vedere Dio, e al suo posto avevano visto, sotto le sembianze dell’amato figlio, colui che la Bibbia chiama Satana: l’Avversario.”

Cos’è, dunque, il male, da dove arriva, quanto ne siamo responsabili? Carrère si sente in colpa quando cerca di evidenziare le debolezze di Jean-Claude, le sue fratture esistenziali, la sua infanzia difficile, la sua inettitudine, malinconia e solitudine, quasi esse potessero in qualche modo giustificare la brutalità dei suoi gesti.
È però davvero possibile chiamarla “brutalità”? Romand ha mentito senza alcuna vera ragione. Un giorno, semplicemente, ha cominciato, per non smettere più. È, allora, il male, semplicemente “banale”, come vorrebbe Hannah Arendt? O sostenere ciò è ancor più orrorifico?

“Sono entrato in contatto con lui e ho assistito al processo. Ho cercato di raccontare, giorno per giorno, quella vita di solitudine, di impostura e assenza. […] Di capire, infine, che cosa, in un’esperienza umana tanto estrema, mi abbia così profondamente turbato – e turbi, credo, ciascuno di noi.”

 

In carcere, Romand si pente, si converte, comincia a pregare, sfiorando il fanatismo. Ciò sembra salvarlo, renderlo davvero consapevole dei suoi sbagli, concedergli, seppur dietro le sbarre, un’altra possibilità, e questa volta autentica.
Emmanuel Carrère è ancor più stupito. Quell’uomo è davvero cosciente o la sua vanità, la sua sete di gloria,  da mentitore e assassino si è semplicemente convertita nell’umiltà di un asceta? È possibile, si chiede lo scrittore, uscire davvero dalla trama avvolgente dell’Avversario? Una volta lasciato sedere il male alla nostra tavola, avergli reso omaggi e servilismo senza farsi troppe domande, è possibile intraprendere davvero un altro percorso, senza corruzione e corrosione?

“Sono sicuro che non stia recitando per ingannare gli altri, mi chiedo però se il bugiardo che c’è in lui non lo stia ingannando. Quando Cristo entra nel suo cuore, quando la certezza di essere amato nonostante tutto gli fa scorrere sulle guance lacrime di gioia, non sarà caduto ancora una volta nella rete dell’Avversario?
Ho pensato che scrivere questa storia non poteva essere altro che un crimine o una preghiera.”

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