L’uomo di Mannheim

Nuove rivelazioni della psiche umana. L’uomo di Mannheim è un breve racconto di Tommaso Landolfi (1908-1979) pubblicato nel 1942 all’interno della raccolta La spada. Il racconto si avvale di una semplice ma efficace inversione dei punti di vista. Si tratta infatti di una relazione letta da uno scienziato alla comunità scientifica cui appartiene, che si rivela però essere una comunità non proprio “umana”:
Signori, la presente relazione intende rivolgersi a tutti quei cani che abbiano mente sgombra da atavici pregiudizi e che non tengano le attività organizzate dello spirito, in altri termini ciò che usa chiamare pensiero o intelligenza, appannaggio esclusivo della razza canina.
La comunità in questione è infatti una comunità di cani. Soggetto della relazione: l’uomo e il suo pensiero! La relazione, esposta dall’egregio cane Doktor Iflodnal, verte su una questione spinosa che potrebbe sconvolgere la società canina: può l’uomo, fedele animale da compagnia, avere pensieri articolati e spingersi addirittura a parlare? La tesi è delle più scandalose, tanto che il Doktor Iflodnal è fin da subito oggetto di guaiti d’insulto, mentre latrati minacciosi si alzano dalla platea inferocita. Ma Herr Doktor prosegue imperterrito e narra i suoi esperimenti con Tommy, un uomo, “un bell’esemplare della razza Airedale-man, di circa m. 1,50 alla spalla e di circa 32 anni d’età”, appartenente alla Nobilcagna Mueller di Mannheim, che da qualche anno si è dedicata all’educazione del proprio uomo da compagnia scoprendo in lui incredibili capacità. Sembrerebbe infatti che Tommy riesca, battendo la mano per terra a mo’ di telegrafo, a comunicare con i cani, mostrando addirittura di essere in grado di leggere e, udite udite, comprendere la matematica! La reazione dello scienziato nello svolgere gli esperimenti è di puro sbigottimento. L’uomo non solo comprende tutto ciò che Herr Doktor gli chiede, ma è capace di umorismo e mostra una capacità di astrazione che mai nessuno avrebbe pensato essere possibile in un uomo. Sembra infatti che Tommy, che dopo pochi minuti di lavoro con lo scienziato si stanca a causa dell’intensa attività cerebrale, possegga addirittura delle proprie concezioni sul mondo e sulla divinità di tipo panteistico, un’idea davanti alla quale la platea canina esplode in latrati di disapprovazione. Ma lo scienziato, prima di scappare dalla sala, in cui imperversa ormai la bagarre, riesce ad affermare l’ultima ignominiosa verità:
Il colonnello Lawcet, capo d’una spedizione scientifica al Matto Grosso, fu menato a vedere rovine sommerse dalla foresta che gli sembrarono essere state imponenti aree urbane […]. Orbene Signori, quella remota civiltà non era già una civiltà canina; non erano già cani i membri di quelle gloriose stirpi, sibbene…uomini!”  
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