Se cadi nell’acqua riaffiori sui lividi

Che poi, alla fine, è tutto sempre un trovare la strada migliore per sopravvivere. Sì, vogliamo tutti, soltanto e sempre, andare avanti. Il punto è la strada. Il punto è che spesso non siamo in grado di fare il salto sull’altro lato del fiume, senza per lo meno inzupparci le scarpe, o al peggio, scivolarci dentro, bere fino quasi ad annegare. Mi aveva sorriso, e, come stai, cosa ci fai qui, mi aveva chiesto, e nei suoi occhi c’era un’energia a me sconosciuta. Non capii subito di cosa si trattava. Balbettai qualcosa, ponderai il respiro, come se rubando ed espellendo più aria del dovuto potessi in qualche modo creare un vortice e soffocarci dentro. E la sua voce, invece, era condita con una punta d’ironia che mi sfuggiva, che non riuscivo in alcun modo a far mia.
Lo capii soltanto più tardi. Che ce l’aveva fatta. Aveva saltato il fiume, e camminato ben oltre. Era proprio questo. Il suo era lo spirito della vittoria sul limite. Aveva tranciato la catena, il tormento del passato. Aveva essiccato i ricordi, li aveva resi sabbia e li aveva versati dentro un’ampolla. Ero ora un gingillo decorativo, una testimonianza colorata ma muta, riposta in un angolo, addosso la polvere dei suoi progetti futuri, dei suoi scarti, dei suoi desideri conquistati o mancati.
E io ero, invece, ancora tra gli zampilli della corrente. Avevo saltato, ci avevo provato, ma restavo lì, a tentare di placare la forza trascinante dell’acqua. No, non è che annaspassi, almeno non più, avevo trovato anche io i miei appigli, eppure… E tendevo la mano, ancora illusa che quello fosse un cammino da fare insieme, un’impresa condivisa, ancora in attesa di una sua presa salda. E sull’altra sponda, però, c’erano solo quegli occhi vittoriosi e incapaci di vera comprensione, e mani in tasca, ben riposte. No, non era ingiustizia, superbia, mancanza di pietà; era piuttosto distanza, quella semplice, inevitabile separazione. Perché ogni volta è un diverso fiume, e occorre proseguire.
Mi accorsi che il mio vacillare, il mio farfugliare una risposta, non era frutto d’una fatalità avversa, di una pessima condizione di inferiorità in cui mi trovavo, rispetto alla sua. No, affatto; io ero così, io avevo da sempre scelto di rimanere immersa, di restare in tensione, le nocche bianche delle mani aggrappate alla terra dell’argine, lo sforzo costante di esser fuori eppur dentro.
Osservai il suo saluto, divenne un puntino lontano, camminava velocemente. Impossibile, per me, rimanere al passo, e impensabile tirarsi su, e andare oltre.
Venne il vento e la mia pelle umida d’acqua di fiume fu invasa da un brivido annichilente, rischiai di mollare la presa. Poi passò, perché sempre tutto passa.
Cosa aspettavo a risalire davvero, mi chiedevo, cosa mai. È che con l’estate e col sole, l’acqua ribelle riflette tutti i colori della luce. Mi ci specchio, in quei memoriali di frammenti, in pigmenti senza contorni. E il fascino dell’incompletezza, l’abbraccio della malinconia è così genuino, per quanto fragile e abissale. E sì, preferisco l’arcobaleno. Che mi ci guardo, attraverso.

 

(Titolo delll’articolo è un omaggio a:
Plumbeo, Rame, dall’album I corpi)

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