La guerra di ogni giorno (Kevin Powers, Yellow Birds)

Non so più contare le guerre e le battaglie che dilaniano il nostro mondo. Seduto alla mia scrivania, protetto dallo schermo del mio computer e della mia tv, assisto quasi ogni giorno, da spettatore non pagante, allo show messo in scena da qualche parte sperduta della Terra, così lontana e sconosciuta da essere introvabile sul mappamondo. Leggo i reportage, guardo le foto di città rase al suolo e di donne in lacrime, mi emoziono con i video traballanti di mezze vittorie e di promesse di pace. E poi dimentico, o meglio, sostituisco ogni conflitto con il successivo, ogni morte con la successiva, in un susseguirsi di oblio e rimozione che ha il sapore di una vergogna forse inevitabile. È andata così anche per la guerra in Iraq, passata da qualche anno eppure già così lontana. Poi ho preso tra le mani Yellow Birds di Kevin Powers (Einaudi, 2013), nella bellissima traduzione di Matteo Colombo (lo stesso che finalmente ha ridato nuova voce all’Holden di Salinger). E non posso non concordare con Dave Eggers: «è forse il libro più triste che io abbia letto negli ultimi anni. Ma triste in modo importante». Leggere questa storia, a tratti, fa stare male. Nelle pagine più dure – come devono essere le pagine di un libro che racconta una guerra con la voce di chi l’ha vissuta sulla propria pelle – ho sentito il sangue scorrere nelle vene con difficoltà, e allo stesso tempo ho ringraziato perché il mio, di sangue, continua a scorrere. Il centro di questo romanzo è la promessa mancata di un ragazzino poco più che ventenne, John Bartle, di riportare a casa sano e salvo l’amico diciottenne Daniel Murph. Entrambi sono partiti per l’Iraq, principalmente per trovare un senso. «Io lo capivo, Murph – scrive Bartle – Venire da un posto dove a definirti bastano pochi dettagli, dove poche abitudini possono riempire una vita, produce un senso di vergogna inconfondibile. Le nostre erano state piccole vite, popolate dal desiderio di qualcosa di più consistente di qualche strada sterrata e qualche piccolo sogno. E allora eravamo andati lì, dove la vita non aveva bisogno di spiegazioni e dove altri ci avrebbero detto chi dovevamo essere». Ma l’illusione passa in fretta:

Non esistevano proiettili con il mio nome scritto sopra, e in fin dei conti neppure con quello di Murph. Non c’erano bombe fabbricate appositamente per noi. Una qualunque avrebbe potuto ucciderci, proprio come aveva ucciso i proprietari di quei nomi. Non c’era per noi un tempo prestabilito, né un luogo. Ormai ho smesso di farmi domande sullo scarto di pochi centimetri a destra o sinistra della mia testa, sulla differenza di cinque chilometri orari che ci avrebbe spediti dritti su un ordigno rudimentale. Non è mai successo. Non sono morto. Murph sì. E anche se quando accadde non ero presente, sono certo che le lame sporche che lo hanno colpito fossero indirizzate ad un destinatario generico. Nulla ci rendeva speciali. Non il fatto di sopravvivere. Non quello di morire.

Yellow Birds mi ha finalmente aiutato a capire qualcosa di vero sulla guerra in Iraq principalmente per questo: perché non si limita al racconto della guerra in sé – dell’annientamento fisico e mentale che comporta, della morte e della violenza senza significato, della sete mai placata di conquista, del male nella sua forma più spaventosa perché tutta umana – ma ne traccia le cause e le conseguenze attraverso la narrazione di storie. Quelle di due ragazzi, innanzitutto, e poi delle loro famiglie, di una nazione intera, di un mondo che sta a guardare. E lo fa nel mondo più poetico e letterario possibile – e per questo più carico di senso. Mi tornano alla mente le parole di Walter Benjamin sull’importanza della morte per la narrazione (W. Benjamin, Il narratore. Considerazioni sull’opera di Nicola Leskov, in Angelus Novus, Einaudi, Torino 2011, p. 258):

Da molti secoli si può constatare come, nella coscienza comune, l’idea della morte perda progressivamente la sua onnipresenza e icasticità. […] E nel corso del secolo decimonono la società borghese, con istituti igienici e sociali, pubblici e privati, ha ottenuto un effetto secondario che è stato forse il suo scopo principale inconscio: quello di permettere agli uomini di evitare la vista dei morenti. […] Ma sta di fatto che non solo il sapere o la saggezza dell’uomo, ma soprattutto la sua vita vissuta – che è la materia da cui nascono le storie – assume forma tramandabile solo nel morente. Come, allo spirare della vita, si mette in moto, all’interno dell’uomo, una serie di immagini – le vedute della propria persona in cui ha incontrato se stesso senza accorgersene – così l’indimenticabile affiora d’un tratto nelle sue espressioni e nei suoi sguardi e conferisce a tutto ciò che lo riguarda l’autorità che anche l’ultimo tapino possiede, morendo, per i vivi che lo circondano. Questa autorità è all’origine del narrato.

Sono davvero «gli ultimi tapini» Bartle e Murph, quando combattono una guerra senza vederne l’orizzonte. E il narratore continua ad esserlo anche quando ritorna in un’America che sfugge sempre di più, man mano che lui si avvicina:

 

Stavo tornando a casa. Ma anche di casa, anche di quello era difficile recuperare un’immagine, e più difficile ancora spingere il pensiero oltre l’ultimo fazzoletto ricurvo di deserto, dove sembrava che avessi lasciato la parte migliore di me, come uno tra innumerevoli granelli di sabbia. Pensare a come in definitiva la pietra consumata dalle intemperie non è pietra ma ciò che è stato consumato, un effetto, un esempio della lenta erosione di una cosa da parte del vento o delle onde che vi si infrangono, tanto che il resto di chiunque sia coinvolto finisce per depositarsi come limo che approda ad un estuario o per raccogliersi in fondo al fiume di una città che è tutto ciò che ricordi.

Come dicevo in precedenza, mentre si legge questo romanzo si sta male, ci si sente invasi dai sensi di colpa (soprattutto per ciò che non si è fatto o non si è potuto fare), ma, infine, si prova per Powers un profondo senso di gratitudine. «Mi sento di nuovo normale – scrive Bartle in una delle ultime pagine – Credo sia perché ogni giorno finisce per diventare consuetudine. I dettagli del mondo in cui viviamo sono sempre secondari, rispetto al fatto che tra di loro dobbiamo vivere. E dunque sono normale, tranne per alcune peculiarità che probabilmente mi accompagneranno sempre. Non voglio vedere la terra che si dispiega verso l’orizzonte. Non voglio il deserto. Non voglio praterie e non voglio pianure. Non voglio nulla di ininterrotto. Preferisco guardare le montagne. O avere la visuale ostacolata dagli alberi. Vanno bene tutti: pini, querce, pioppi, qualsiasi cosa. Basta che sia gestibile e finita, che possa suddividere e fissare la terra in porzioni sufficientemente piccole da poterle affrontare».

La vita è fatta di piccoli equilibri come questo – scrive ancora Bartle – e per difficile che sia avvicinarsi a definirlo, il cuore deve essere ciò che impetuoso tenta di tracimare da quelle parentesi che furono l’inizio e la fine della mia guerra.

Mi ero ripromesso di chiudere diversamente, ma arrivato a questo punto l’unico modo sensato mi sembra ringraziare di nuovo Kevin Powers, come quando stavo finendo di leggere il suo libro, per aver vinto l’orrore con la poesia e per aver messo sulla carta i suoi ricordi sotto forma di racconto: in questo modo ha permesso a ciascuno di noi di capire la guerra in Iraq dopo averla trasformata nella guerra personale che combattiamo ogni giorno.

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