Specchio delle mie brame

Bisognerebbe correggere chi dice che la speranza è l’ultima a morire. Quanto sbagliano.
La distanza. La distanza è l’unica cosa che resta, l’ultima a morire, l’unica a non morire. E anche provare a scrivere su questa pagina bianca il risentimento è comunque impossibile, sempre per la distanza che ci oppone. Da me a qui, dal petto qualcosa si perde, parte come una nebulosa densa e sferica e scivola via, si allunga sulle braccia, fra le dita che picchiettano questi tasti, si allarga, si espande, si dissolve, e su questo foglio resta solo un residuo leggero.
Come toccare qualcosa che bolle, ribolle? Occorre per forza spegnere il fuoco, aspettare che freddi. Ed è l’inverso per quelle cose gelide, per quelle cose come te. Ogni parola che pronunci si cristallizza fuori e la guardi da ogni angolazione, ne studi le irregolarità, le smussi e poi con un colpo di dita la rompi, la sbricioli, che tutto è istantaneo e non deve durare. Come posso afferrartele, assaggiartele, se le ingoio si sciolgono e non ne resta più niente.
Ricordo il mio sorriso quando ti ho toccato la spalla, avevo creduto d’aver vinto la lontananza, attraverso quel gesto infantile che a me pareva lussuoso, un privilegio di pochi. A ripensarci però, quanta distanza c’è se vuoi toccare la pelle e invece tocchi una camicia. Se vuoi invitare e invece saluti, se vuoi trattenere e invece rilasci. Nelle mani che ripongo in tasca conservo quel gesto rotto e prestato all’incompiuto, nei tuoi occhi che non amano posarsi e trattenersi per più di qualche secondo c’è tutto l’affanno della mia corsa senza meta.
Vorremmo che qualcuno camminasse con i nostri piedi, e invece molto spesso non tendiamo nemmeno la mano per stringerla alla sua e permettere che ci cammini affianco. Le incomprensioni che generiamo celano le nostre più umili insoddisfazioni; la fragilità risiede fiera nelle pietre delle nostre muraglie innalzate e nei nostri sguardi abbassati.
Quante miglia separano chi piange da chi non ha nemmeno un fazzoletto in borsa, e non sa che fare e ti dà una pacca sulla spalla. Quante contrade dividono chi domanda da chi sentenzia. Quanta menzogna c’è fra chi ti accarezza le mani per non farti toccare le sue. Mi guardi dietro un velo, vedi sfocati i miei tratti e credi che i miei contorni siano sufficienti, perché questo ti basta, perché vuoi solo il tratteggio, la bellezza, la vaghezza che credi sinonimo di leggerezza. E invece quanto è profonda una fossetta nel viso, te l’hanno insegnato? Quanto imbarazzo riposa sull’increspatura di un labbro, quanta incertezza si annida nell’angolo di un occhio, quanto cinismo dietro una ruga sulla fronte?
E ancora, bisognerebbe correggere anche chi suggerisce di sputar fuori la verità per abbattere le barriere. Ma se dire il vero sancisce il falso, non è questa una barriera? Cosa faccio di diverso dall’allungare la mano e dirti il mio nome, quando ti cerco per dirti come stanno davvero le cose?
La verità è  violenta, è irrompente, è uno stupro che fa sentire sporchi entrambi, un incesto, e piacere non v’è mai. Che gioia potrei mai trarre dal puntarti alla gola un coltello, se questo è l’unico modo per accertarmi che del sangue caldo ti scorre dentro?
La verità si dipinge, si scrive, si suona, si canta. Mai dirla, mai scagliarla. Pretendere di sentirsi dire il vero è il peccato di Narciso, siamo veri solo noi e quanto amiamo guardare il nostro riflesso. E mentre penso che io morirei pur di essere fiume perché tu in me possa specchiarti, comprendo già che quando ti sporgi sul mio rivolo, raramente lo fai per osservarne gli zampilli. Come potrò allora cantarti il mio amore, se tu mi vuoi specchio e lo specchio è muto?
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