Auschwitz, una storia impossibile. Sui passi di Primo Levi

Abbiamo sentito questa storia milioni di volte. Forse, tante quante le vittime della storia stessa. È però sufficiente continuare a raccontarla perché venga interiorizzata, capita, commemorata? È, inoltre, davvero possibile elaborarla nel proprio intimo, accoglierla e comprenderla? Significa, questo, riviverla?
Non è possibile rispondere, non è lecito rispondere. Si può soltanto affermare quanto sia necessario, comunque, trasmetterla senza indugi.
Un crimine contro l’umanità. Così si etichetta lo sterminio degli ebrei sotto il regime nazista. L’umanità, quale? Cosa vuol dire “umanità”? Possiamo ancora azzardarci a definirla sotto alcuni tratti, crederci davvero, senza essere scossi dal turbamento del riconoscere che in fondo, anche quei colpevoli, erano uomini? Come noi, come noi che li colpevolizziamo contro l’umanità, come coloro che sono morti perché non esaudivano una certa idea di umanità. Come coloro che resuscitano quei discorsi dominanti spacciandoli per politiche emancipatrici, amanti di radici che affondano nel nulla. E soprattutto: per evitare ogni generalizzazione, ogni concettualizzazione, ogni astrazione, è sufficiente contare le vittime, una a una?
Altre domande dalla risposta impossibile. Altre domande che restano senza completamento, senza riferimento, ma senza le quali quella storia, irraccontabile perché sempre da raccontare, possa davvero continuare a essere quel faro nella notte, quella luce di dogana, quell’avvertimento al margine di ogni concettualizzazione, di ogni giudizio, per sospenderlo, ritirarlo, convertirlo, se serve ammutolirlo ma sicuramente per de-dogmatizzarlo.

Noi giacevamo in un mondo di morti e di larve. L’ultima traccia di civiltà era sparita intorno a noi e dentro di noi. L’opera di bestializzazione, intrapresa dai tedeschi trionfanti, era stata portata a compimento dai tedeschi disfatti. È uomo chi uccide, è uomo chi fa o subisce ingiustizia; non è uomo chi, perso ogni ritegno, divide il letto con un cadavere. Chi ha atteso che il suo vicino morisse per togliergli un quarto di pane, è, pur senza sua colpa, più lontano dal modello dell’uomo pensante, che il più rozzo pigmeo e il sadico più atroce.
(Primo Levi, Se questo è un uomo, 1958)

 
Uomini ridotti a spettri, che dormono con spettri e respirano la morte, con la poca forza vitale della sopravvivenza, uomini per la quale la luce del giorno è il ripetersi di un supplizio per cui la semantica della storia non ha nome. Un’esperienza inenarrabile, perché fuori da ogni linguaggio umano, oltre ogni ragione. Il male è banale, così banale che non se ne può parlare, che custodisce il segreto silenzioso di un senza-fondo, di una non-profondità, di un nulla senza volume? Forse. Anche rispondere a questa domanda, però, è peccato di superbia.
Quando ho camminato per le strade sterrate di Auschwitz e di Birkenau, questa estate, ho cercato quel silenzio. Pensavo, prima di varcare la soglia di quel luogo così storico da essere, ormai, forse astorico per il suo significato, che avrei trovato quel silenzio ovunque, sotto ogni pietra, accanto a ogni porta. La fiumana di turisti, però, non ha reso possibile il pieno successo di questa ricerca. Tuttavia, esso ha trovato me, comunque, ha trovato tutti, in tempi diversi, almeno una volta, più volte. Mi ha osservata dagli occhi delle foto di tutti quelli che sono stati soltanto colpevoli di essere nati nel momento sbagliato, tutti quei volti che avrebbero potuto essere il mio, e quelle date di nascita e di morte, segni grafici universali insufficienti, mai all’altezza di esprimere un’iperbolica, singolare, unica sofferenza. Quel silenzio mi ha ammutolita mentre percorrevo quel corridoio di scarpe, pettini, occhiali, ciotole, pigiami. Resti di un’umanità macchiata per sempre. Mi ha indignata mentre visitavo, tra la folla, le prigioni di chi attendeva senza orologio di morire una volta per tutte, di chi avrà invocato la morte del corpo come pace per lo spirito. Mi ha angosciata attraverso il buco nero dei forni, e di chi li ha fotografati.
Soprattutto, però, mi ha camminato affianco mentre percorrevo, con le mie amiche altrettanto silenziose, il percorso del binario della distesa ciottolata di Birkenau. Quel silenzio che avvolgeva il rumore dei nostri passi. Il nostro girare il capo da destra a sinistra, la nostra vista graffiata dal filo spinato che indicava la via maestra delimitando tutto il resto. Tutti i resti.
C’era il sole. Osservavo la torretta di controllo, il filo dietro, retto, teso, ancora troppo teso, dai piloni di cemento, alti e ricurvi come enormi uncini. L’erba era verde, c’erano anche i fiori. Un piccolo stormo di uccelli si è levato in volo, ha attraversato le file di filo per andare più in su, lontano. Ho pensato che la natura, anche in un posto come quello, continuava a fare il suo corso. A nascere, crescere, volare, morire. Come ovunque sulla terra. Ho pensato macabramente, che quel terreno doveva essere, per le innumerevoli morti che ha assorbito, più fertile di molti altri. Ignobile legge della natura, della vita che si nutre della morte. Concepirlo è stato come darsi uno schiaffo, come umiliarsi. Lo schiaffo del silenzio, lo schiaffo sul volto da una mano che non ha volto.
Il volto della storia, che non è il volto di nessuno perché è il volto di ognuno. Di quelli che sono stati, che avrebbero potuto essere, non essere. Il nostro volto, la nostra voce che dovrà, comunque e sempre, narrare l’inenarrabile. Una sfida dell’umanità, del singolo uomo, che non sa ancora, non sa più, e forse non deve davvero sapere con certezza, cosa significa essere uomini, per continuare a chiedersi, come Primo Levi, “se questo è un uomo”.
Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case,
Voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
Che lavora nel fango
Che non conosce la pace
Che lotta per mezzo pane
Che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
Senza capelli e senza nome
Senza più forza per ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per la via,
Coricandovi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano il viso da voi.
(Primo Levi, Se questo è un uomo, 1958)

E chi ancora chiede, scocciato, conto dell’attualità del percorrere le strade di Auschwitz, pensi per un attimo alla marcia di mille e mille migranti dei nostri giorni, in fuga dalle bombe, numerati come merci seriali, ingiuriati e scongiurati come demoni, incompresi, crocifissi. Vogliamo davvero correre il rischio, ancora una volta, di scegliere Barabba?
[Questo articolo è scritto ripensando alla visita al campo di Auschwitz-Birkenau che ho avuto modo di fare quest’estate, nel mese di agosto 2015. Ringrazio la mia compagna di viaggio Francesca G. per questi scatti, che sono simili a molti altri ma sono nostri, e a Cecilia V. e Martina T. che con noi hanno camminato in silenzio, con molti pensieri taciti e poche parole.]
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