Raymond Carver – Cattedrale

“Oppure si potrebbe dire: all’inizio c’è una solitudine. Poi un incontro. Poi la storia di come cambiano le cose. Se certi scrittori ci tengono tanto, a raccontarla ogni volta daccapo, è perché per alcuni di noi quell’incontro è l’ambizione stessa della scrittura: dove la stanza è la mia, l’intruso sei tu, e la porta è il libro che hai per le mani. Così l’incontro che descrivo è una speranza, auspicio di ciò che può compiersi tra noi”.(P. Cognetti, A pesca nelle pozze più profonde, p. 86)

In molti dei racconti di Raymond Carver c’è una storia semplice e lineare. Se è semplice e lineare, mi dirai, che ci va a raccontarla? Il problema è – almeno per me – che le implicazioni sono così tante, e belle, e profonde, che si ha sempre l’impressione di averne dimenticata qualcuna. Si può tentare di dire qualcosa sui personaggi (almeno su di loro!), ma si capisce subito che perdono tutta la vitalità che hanno sulla pagina. Così – almeno a me – sembra di fare un torto (a loro e a Carver), tentando di riproporne qualche particolare incompleto.

E. Hopper, Hotel By a Railroad

L’unica cosa che posso fare è provare a dare un consiglio. C’è una raccolta di racconti di Carver intitolata Cattedrale. È del 1983. Se ti va di seguire il mio consiglio, ti dico, leggi almeno il primo (Penne) e l’ultimo racconto (Cattedrale). C’è proprio quello di cui parla Paolo Cognetti nella citazione poco sopra: in entrambi c’è una solitudine (ci può essere anche una solitudine di coppia?, mi chiedi tu), poi un incontro. Tra le due storie scorrono un po’ meno di 200 pagine, cioè 10 racconti: tanti piccoli frammenti che concorrono, uno dopo l’altro, a comporre uno specchio. Così quando si arriva all’ultima storia si scopre che è esattamente la stessa della prima, ma riflessa. Il motivo centrale è comune: un personaggio (nel primo caso la moglie, nel secondo caso il marito) vede pian piano crollare i propri pregiudizi a contatto con una realtà autentica, semplice, che per lui (lei) è lontanissima e irraggiungibile (in Penne ad incarnare questa realtà “altra” è un bambino brutto e grassoccio, in Cattedrale è un uomo cieco). Nel primo racconto, tuttavia, è un contatto momentaneo che si trasforma in invidia e in una nuova, ma alla fine sempre la stessa, infelicità. In Cattedrale, invece, qualcosa cambia davvero. Le dieci storie che scorrono come un fiume tra questi due racconti (anche il fiume riflette come uno specchio, ma in più lo fa senza arrestare il movimento, la vita) sono dieci ritratti di umanità: tutti diversi, ambientati in luoghi affini e distanti, con personaggi che probabilmente non si incontreranno mai. Eppure, uno accanto all’altro, sembrano parlarsi, confrontarsi nei loro problemi, condividere le loro difficoltà. Letti tutti insieme, insomma, formano una comunità.

E. Hopper, Sunlight On Brownstones

Ecco ciò di cui sembra accorgersi Carver in Cattedrale: che, anche oggi, può esistere ancora una comunità, che la comunione con l’altro è possibile. Forse vuole dirci (sì, parla anche a me e a te) che tutto questo può passare attraverso la parola scritta, attraverso il libro che teniamo fra le mani o la pagina di un blog trovato per caso sul web. La scrittura è condivisione e cambiamento?, mi chiedi. Mi sembra che Cattedrale sia proprio una possibile risposta a questa domanda.

Come quando il vecchio cieco prende la mano dell’altro uomo (il narratore) e gli chiede di disegnare insieme una cattedrale che lui non ha mai visto.

Il cieco ha detto: “Stiamo disegnando una cattedrale. Ci stiamo lavorando insieme, io e lui. Premi più forte”, ha detto, rivolto a me, “Sì, così. Così va bene”, ha aggiunto. “Certo. Ce l’hai fatta, fratello. Si capisce bene, adesso. Non credevi di farcela, eh? Ma ce l’hai fatta, ti rendi conto? Adesso sì che vai forte. Capisci cosa voglio dire? Tra un attimo qui avremo un vero capolavoro. Come va il braccio?”, ha chiesto. “Ora mettici un po’ di gente. Che cattedrale è senza la gente?”

(A questo link sono disponibili alcune letture realizzate da Radio3 di nove racconti di Carver.)

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