Teorema – Pier Paolo Pasolini

Teorema1è un romanzo pubblicato da Pier Paolo Pasolini nel 1968 in concomitanza con l’uscita dell’omonimo film: Pasolini partì infatti da un precedente testo teatrale per poi realizzare, su due livelli paralleli, il film e il romanzo. Questo aspetto anfibio risulta evidente sin dalle prime pagine. Pasolini infatti fornisce nei primi brevi capitoli alcune informazioni preliminari al lettore: chi sono i protagonisti, come potrebbero essere caratterizzati, dove si svolge la storia. Il suo modo di scrivere è però quello di un regista che abbozza la sceneggiatura di un film lasciando ampio spazio a ulteriori sviluppi immaginativi.
 
«I primi dati di questa nostra storia consistono, molto modestamente, nella descrizione di una vita famigliare. Si tratta di una famiglia piccolo borghese: piccolo borghese in senso ideologico, non in senso economico. È infatti il caso di persone molto ricche, che abitano a Milano. Crediamo che non sia difficile per il lettore immaginare come queste persone vivano; come si comportino nei loro rapporti col loro ambiente, come agiscano nella loro cerchia famigliare, e così via» (pag.9)
 
Pasolini non si cura dunque di fornire dettagli, ma lascia che il lettore caratterizzi i personaggi a partire da pochi indizi. Personaggi che non sono mai descritti dettagliatamente, né psicologicamente caratterizzati. In questo senso il romanzo non presenterà altro che una serie di scene e situazioni emblematiche che assumono, come afferma lo stesso autore, l’aspetto di una parabola.
 
Protagonista di questa parabola è appunto una famiglia milanese molto ricca, che vede la propria routine turbata dall’arrivo di un ospite. Si tratta di un giovane uomo, forse ancora ragazzo, sul conto del quale il lettore non saprà molto più: le domande sulla sua identità e provenienza, nonché sulle sue intenzioni resteranno inevase. L’ospite è però il centro intorno al quale ruoterà l’intero romanzo. Egli è infatti sin da subito percepito dai membri della famiglia come un oggetto di scandalo. Il padre Paolo, la madre Lucia, il figlio Pietro, la figlia Odetta, persino la serva Emilia, tutti insomma, percepiscono nell’ospite forze latenti e sconvolgenti, causa di desideri e impulsi sessuali che la condizione sociale dei protagonisti aborre, ma allo stesso tempo ricerca.

Terence Stamp nei panni dell’ospite
 
Il giovane ospite agisce con noncuranza e spontaneità. Egli è il simbolo della forza e della bellezza, in quanto sano ed energico. Alla sua autenticità si contrappone la rigidità della famiglia, che, in quanto borghese, non può non pensarsi a partire da schemi e categorie della propria classe sociale. Paolo, ad esempio, non è mai semplicemente Paolo. Egli è innanzitutto il capo di un’industria milanese, ed è in questi termini che egli costruisce la propria identità: egli appartiene alla categoria dei Padroni, cui spetta comandare. Anche la sua famiglia altro non è che una sua emanazione. Egli è il Padre immortale e onnipotente, a partire dal quale sono definiti i ruoli degli altri. Il ruolo del Figlio, ad esempio, futuro erede del patrimonio paterno, materia ancora informe su cui costruire la stabilità e famigliare e sociale, attraverso una severa educazione all’obbedienza e all’ordine. I loro gesti sono evidentemente contrapposti a quelli dell’ospite, poiché rispondono ai valori , interiorizzati e soggettivati, della borghesia. Anche il modo in cui Pasolini descrive l’ospite è emblematico della sua scandalosa diversità. Mentre le speranze e i timori dei membri della famiglia emergono talvolta dal velo d’ipocrisia, restano celate quelle dell’ospite, in cui la dimensione riflessiva pare totalmente assente: egli incarna l’idea della pura azione contrapposta alla ragione dominante borghese.
 
«A questo punto, pensiamo che sia giusto finire di chiamare il padre semplicemente «padre», e chiamarlo con il suo nome, che è Paolo. Anche se un nome di battesimo, un qualsiasi nome, può parere assurdo se attribuito a un padre: esso, infatti, in qualche modo, lo priva della sua autorità, lo sconsacra, lo respinge alla sua vecchia qualità di figlio; esponendolo appunto a tutte le disgraziate, oscure e anonime vicissitudini dei figli». (pag.80)
 
Pasolini esplora dall’interno l’implosione di una “normale” famiglia borghese a partire dalle leggi in essa vigenti. In primis le leggi dell’ospitalità, le quali impongono l’apertura della porta di casa allo straniero, la cui accoglienza è un dovere e allo stesso tempo, come mette in mostra Pierre Klossovski2, un inevitabile rischio. Lo straniero è accolto come ospite dal padrone di casa, ma perché l’ospitalità sia totale occorre che l’ospite divenga egli stesso padrone di casa. Ci si ritroverà così davanti a una situazione aporetica in cui il padrone vuole accogliere l’ospite, ma allo stesso tempo riconosce in lui un nemico, capace di ribaltare i ruoli e distruggere la sua autorità domestica. Lo stesso avviene per Paolo, che intravvede nell’ospite una minaccia, ma non può evitare di aprirsi a un’esperienza quasi salvifica, celando lo scandalo che il giovane costituisce dietro una maschera di instabile ipocrisia. Solo tramite questa apertura, infatti, il padrone potrà farsi a sua volta ospite e cessare di essere ostaggio della propria soggettività borghese. Tale liberazione comporterà però per Paolo, così come per la sua famiglia, una sorta di cacciata dall’Eden borghese, le cui conseguenze saranno una mistica e perversa follia, nonché l’irreversibile perdita della propria esistenza.
 
«Tu sei dunque venuto in questa casa per distruggere.
Che cosa hai distrutto in me?
Hai distrutto, semplicemente,
-con tutta la mia vita passata-
l’idea che io ho sempre avuto di me stesso.
Se dunque da molto tempo
io avevo assunto la forma che dovevo assumere
e la mia figura era, in qualche modo, perfetta,
ora, che cosa mi rimane?
Non vedo niente che possa reintegrarmi
nella mia identità […]» (pag.104)
 
1P. P. Pasolini, Teorema, Garzanti, Milano, 1968.
2P. Klossowski (1905-2001), scrittore, filosofo e artista francese, autore della trilogia Les lois de l’hospitalité (1968). Anche J. Derrida (1930-2004) affronterà la questione in De l’hospitalité (1997).
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