Inverni senza neve

«Lei è il figlio?», chiese l’infermiera, guardando nella mia direzione.
Decisi di prendermi il tempo di chiudere il giornale e piegarlo a metà, riporlo con calma sul bordo del tavolino, alzarmi in piedi e fare un bel respiro, prima di rispondere con un gesto d’assenso.
«Suo padre si sveglierà presto, non deve preoccuparsi», disse la donna, cercando di dissimulare il tono ormai meccanico di quelle parole. Era una signora corpulenta di mezz’età, che non sembrava a suo agio in divisa bianca e zoccoli sanitari. Il rossetto sgargiante e il contorno rimarcato delle labbra risaltavano su quell’abbigliamento così casto, ma forse la aiutavano a risvegliare l’immaginazione degli anziani pazienti dell’ospedale. «Devo avvertirla che potrebbe non essere in sé quando riaprirà gli occhi», continuò lei, abbassando leggermente la voce e finendo di programmare i macchinari. «L’operazione e l’anestesia sono colpi duri da incassare a quest’età, non si sa mai che cosa potrebbero causare. Qualcuno delira, qualcuno si agita e non riesce a dormire, qualcuno non capisce dove si trova. Lei deve solo avere pazienza e stargli accanto: vedrà che si riprenderà presto». A questo punto arrivò il sorriso d’incoraggiamento, che ormai conoscevo bene. Mormorai un timido grazie e tornai a sedermi accanto al tavolino. «Se ha bisogno di aiuto prema il pulsante rosso», disse mentre usciva dalla porta, indicando il telecomando posizionato proprio sopra il letto.
Era un bel pomeriggio di sole, nonostante fosse febbraio inoltrato. I raggi tiepidi attraversavano il vetro della finestra e illuminavano l’intera stanza: superavano il letto dell’altro degente, si allungavano per due metri buoni sul pavimento e arrivavano a lambire e incorniciare il volto di mio padre. Mio padre, mi dissi di nuovo mentalmente. Era un esercizio che facevo spesso, per evitare di sbagliare. Dopotutto, visto così, con gli occhi chiusi e i lineamenti addolciti dalla luce, poteva esserlo davvero. Il mio sguardo si posò sulla cartella clinica appesa ai piedi del letto, e mi accorsi in quel momento di non aver avuto ancora occasione di leggere il suo nome. Mi allungai fino a prendere in mano il dossier e tentai di memorizzare le informazioni essenziali. Filippo Mari, anni 87. Non ero un esperto, ma a giudicare dalla sfilza di sigle che erano state segnate nelle righe successive doveva essersi rotto il femore. Riposi la cartellina al suo posto e osservai mio padre per un momento: non aveva ancora bisogno di me. Così tornai a sedermi, allungai le gambe, incrociai le braccia al petto e chiusi gli occhi, godendo del calore del sole che mi accarezzava le spalle.
Fui svegliato in modo abbastanza brusco. Una voce profonda arrivava dal corridoio, accompagnata dal rumore di passi concitati. Iniziai ad allarmarmi, pensando che stessero arrivando per me, e iniziai a ripassare tutte le scuse che avevo usato in altre occasioni. Quando vidi comparire una figura sulla porta della stanza, ero pronto ad alzarmi e ad affrontarla, ma in un istante mi superò, di corsa, gettandosi verso il letto del secondo paziente, il più vicino alla finestra.
«Chinua, Chinua!», ripeteva quella che ora potevo riconoscere come una donna di colore, mentre accarezzava con entrambe le mani il volto del ragazzo disteso e ancora intontito. Lui sbiascicò qualche parola – di cui capii solo mamma – tentando di calmare con il braccio libero le mani tremanti della donna. «Come stai? Come stai?», continuava lei con voce allarmata, ripetendo tutte le frasi almeno due volte.
Tranquillizzato dalla situazione, osservai la nuova arrivata e mi accorsi di quanto fosse giovane, sotto quel trucco molto pesante. Non ero la persona più indicata a dubitare delle parentele, ma sembrava la sorella, più che la madre. I due parlavano finalmente con un tono di voce normale, scambiandosi le prime informazioni e continuando a indicare il braccio sinistro e la gamba destra del ragazzo, completamente fasciati e immobilizzati. Capii soltanto che era stata tutta colpa di un «maledetto skateboard»; ma per quel giorno avevo già violato il diritto alla privacy a sufficienza, fingendomi il figlio di uno sconosciuto, e decisi di lasciare madre e figlio alle loro questioni, eclissandomi dietro le pagine del giornale.
Stavo leggendo da un bel po’, quando capii che la coppia aveva smesso di parlare: attorno a me sentivo solo i suoni dei macchinari e quelli più lontani dell’ospedale. Istintivamente mi voltai nella direzione del secondo letto e incrociai lo sguardo vigile della donna. Abbozzai un sorriso, in risposta al leggero imbarazzo.
«Dormono entrambi, eh?», dissi con un filo di voce. Lei annuì e sembrò rilassarsi, tornando a guardare suo figlio. Libero dalla morsa dei suoi occhi, potei osservarla con maggiore attenzione e mi accorsi di quanto fosse bella. Il trucco perfetto sul viso avrebbe fatto morire d’invidia l’infermiera che era passata prima, ne ero sicuro, e l’abbigliamento succinto e colorato risaltava le forme del suo corpo. Non mi sembrava intenzionata a continuare la conversazione e io non l’avrei forzata. Dopo una rapida occhiata a mio padre, ancora completamente addormentato, tornai a concentrarmi sulla lettura.
«Cosa c’è scritto d’interessante su quel giornale?», chiese lei all’improvviso, con la sua voce profonda addolcita da un leggerissimo accento. «D’interessante poco niente», risposi tornando a guardarla. «Da settimane non si parla d’altro che di questo inverno senza neve». Lei annuì e sorrise. «Ne parla sempre anche suor Emilia, lì alla comunità». Chiusi il quotidiano e girai la sedia della sua direzione. Vidi subito che continuava a sorridere, ma non ne capivo il motivo, così glielo chiesi. «Non è per te», si giustificò. «Ma io sono nata in Nigeria, e lì non c’è mai la neve». A questo punto fece una pausa più lunga, accompagnata da un respiro. «La prima volta che ho visto la neve è stata quando sono arrivata qui, perché era inverno e la città era tutta bianca e fredda. Era così diversa dalla mia casa, e io…».
Quelle parole, che le erano morte in gola, mi colpirono in modo particolare, così come la facilità con cui la donna se le era lasciate scappare con uno sconosciuto. Doveva esserne sorpresa anche lei, perché stava fissando il pavimento e si era posata una mano sulla bocca.
Per toglierla dall’imbarazzo dissi la prima cosa che mi venne in mente. «Prima è passato un dottore a controllare come stavano mio padre e tuo figlio». Lei alzò lo sguardo. «E anche lui stava parlando di questa storia. “Niente neve, niente settimane bianche”, gli ho detto io per scherzare. Lui mi ha risposto che invece avrei dovuto ringraziare il meteo». Mi alzai per imitare i movimenti e la voce del dottore. «“Niente neve”, mi ha detto, “per noi vuol dire meno infortuni sugli sci, e quindi più letti liberi per i pazienti ordinari”». L’imitazione sembrò funzionare, perché la fece tornare a sorridere. «Siamo stati fortunati, allora», mormorò con una voce molto dolce. «Per ringraziare ti regalo una bella tavola da snowboard, invece di quel maledetto skateboard», disse rivolta a suo figlio, ridendo, e capii che il momento d’intimità non era mai stato rivolto a me.
Ero pronto a sedermi di nuovo sulla sedia, quando entrò l’infermiera. «Lei è una parente?», chiese rivolta alla donna, che annuì e confermò di essere la madre del ragazzo. «Adesso le spiego tutto, non si preoccupi», e si avvicinò al letto di Chinua.
«Ah, signor Mari?».
Ci misi qualche secondo di troppo a capire che si stava riferendo a me e mi voltai in modo brusco.
«C’è sua sorella di là dalle colleghe, sarà qui a momenti».
Questa volta fui più lucido. «Le vado incontro per tranquillizzarla sulle condizioni di papà», dissi, e uscii dalla stanza senza lasciarle il tempo di ribattere.
Ovviamente presi il corridoio nella direzione opposta rispetto all’accettazione e cercai di perdermi nei meandri dell’ospedale. Ero un po’ dispiaciuto che fosse durato così poco, senza neanche lasciarmi il tempo per i saluti e per recuperare la mia giacca, che era rimasta sullo schienale della sedia. Niente di troppo grave, comunque: dopotutto la temperatura era abbastanza gradevole, in quell’insolito inverno senza neve.

 

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