31 marzo

Torino, 31 marzo 2016, ore 16.50
Delle mie tante attese ‘vuote’, questa mi piace particolarmente. Sono nella mia casetta di Torino, ormai spoglia, con un orologio al muro che segna l’ora sbagliata (non l’ho cambiata), senza orologio da polso (perso da tempo), senza internet (non c’è più il modem) e senza telefono (rotto). È un’esperienza di micro-ascesi che consiglierei a tutti. I tram che passano sono il metro più affidabile. E mi accoccolo dentro questa sfera fuori dal tempo, da quello calcolato e calcolabile con gli orologi (che mi direbbe che P. è in ritardo e forse non arriverà proprio) e da quello simbolico della mia vita, in questo ultimo giorno del mese che coincide anche con la mia partenza da Torino. Mi godo la piacevole leggerezza data dall’assenza di contatti, dalla fiducia della parola data e penso – banalmente – che un po’ si stava meglio davvero quando non c’erano telefoni, quando l’appuntamento fissato era fissato e se poi uno dei due mancava, ci si risparmiava anche l’inutile vortice di chiamate, dubbi, messaggi. Forse tutti avevano più tempo per aspettare, anche invano, chissà. Però poi potevano sentirsi liberi, come farò io fra poco, di prendere la porta e uscire, riscoprendo il piacere di un’inaspettata ora di libertà e che il mondo fuori non scappa ma ti acchiappa, anche quando, chiuso in una stanza, cerchi di dimenticarlo.
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