Prostituzione

“She turns and looks a moment in the glass,
Hardly aware of her departed lover;
Her brain allows one half-formed thought to pass:
Well now that’s done: and I’m glad it’s over”
T.S. Eliot, The waste land, The fire sermon

 

Il Tamigi scorreva grigio e lento nella desolazione della domenica pomeriggio. La primavera letargica temporeggiava ancora, stanca e pensierosa, come una ninfa sbiadita che ha perso la propria giovinezza. Tra le acque della periferia, emergevano ricordi di vite incompiute, scatole di cartone e pacchi di Marlboro. Un topo, superstite del lungo inverno trascinava le proprie zampe nella fanghiglia, scrutando una vecchia bottiglia di whisky incastrata tra le pietre. Dalla finestra della dattilografa, tra i rovi e l’immondizia, s’intravedeva un vecchio pescatore con una lattina di birra da 66 centilitri tra le mani. La dattilografa pensava e esitava. Un’altra domenica, un’altra settimana di lavoro. Quando aveva ottenuto quell’impiego in Lavet Street non aveva ancora 18 anni e le giornate parevano lunghe e soleggiate, l’aria sapeva di pane appena sfornato e di quotidiani freschi di stampa. I primi giorni li ricordava con piacere: il ticchettio delle macchine da scrivere, gli sguardi concentrati delle giovani colleghe, i rimproveri di Miss Gerson, le occhiate lascive degli uomini…

Un’ombra passò rapidamente sul viso butterato delle dattilografa. I panni pericolosamente stesi da giorni sul balconcino stentavano ad asciugarsi negli esili raggi di sole. Il bianco degli strofinacci pareva grigio, privo di colore. La dattilografa si decise ad accendere la stufa a gas per sopprimere quel brivido che l’aveva percorsa dai piedi alla testa. Non era tempo di aprire le finestre. Tra qualche minuto lui sarebbe arrivato, come ogni domenica. La dattilografa si accinse a liberare la tavola dal pranzo. Aveva avanzato la minestra e osservò per un istante il fondo della scodella, in cui il pane duro era ormai gonfio e informe. Tolse la tazza e la posò nel lavello, ritirò la tovaglia lasciando che le briciole cadessero sul pavimento freddo.

Quand’era successo? Forse era un pomeriggio come quello, mesi prima. Lui aveva bussato alla porta, lei aveva aperto sorpresa di trovarselo davanti. Non si erano mai visti fuori dall’agenzia, ma sul suo volto c’era lo stesso sguardo ardito di sempre. Non era bello: le sue guance foruncolose facevano da cornice a due occhi incolori, la frangia sulla fronte nascondeva una calvizie incipiente, la montatura degli occhiali conferiva al suo volto un’aria di mediocrità. Era entrato noncurante nell’appartamento umido, in silenzio. «Metti su il caffè». Lei aveva obbedito e quando le mani di lui si erano appoggiate sulle sue gambe, un grido le era morto soffocato in gola. Ma l’aveva lasciato fare, aveva lasciato che il suo odore acre la contaminasse e invadesse. Poi lui se n’era andato così com’era arrivato, lasciando la porta socchiusa dietro di sé, lasciandola sul divano, mezza svestita. Non aveva avuto la forza di piangere e aveva lasciato che la caffettiera strabordasse, gettando caffè dappertutto. Era rimasta sdraiata sino a tardo pomeriggio, chiedendosi il perché di quel gesto. Perché si era concessa così? Aveva rimuginato a lungo, poi si era alzata e si era messa a stirare la biancheria, come se nulla fosse.

Erano passati i mesi e lui si era presentato puntuale ogni domenica, come per un tacito accordo. Veniva al mattino, dopo colazione, altre volte dopo pranzo, quando il pensiero vaga verso il giorno successivo e le membra sono stanche, desiderose di lasciarsi andare. Parlavano raramente, scambiando brevi saluti e frasi di circostanza. Il suo tono da giovanotto arrogante rispecchiava le sue umili origini. Era di bassa estrazione, arricchito, insapore. Ogni domenica, la dattilografa cercava una qualche ragione per continuare quel rituale. All’inizio cercava un motivo, uno qualunque, per giustificare il suo comportamento, la sua insensata passività, il suo abbandonarsi. Non era per piacere, né per secondi fini. Il lavoro in Lavet Street continuava monotono e lui, l’impiegato di cui poche volte pronunciava il nome, raramente le rivolgeva la parola, se non per impartire ordini. Alla fine aveva smesso di porsi domande e aspettava quel momento senza particolare emozione, indifferente.

Bussarono alla porta. Era lui. La guardò per un istante prima di entrare in casa. Quello sguardo la attraversò, come se fosse una cosa, un vecchio specchio segnato dal tempo, che restituisce immagini offuscate e distorte. Stava davanti a lui immobile, assumendo inconsciamente la giusta postura, altera, ma docile, incapace di guardarlo negli occhi, pronta a consegnarsi ad un suo cenno. La dattilografa mise sul gas l’acqua per il tè e si apprestò silenziosa a liberare il divano sgualcito dai panni in disordine, dalle calze, dalle camiciole. Lui si accostò alla sedia, togliendosi il cappotto umido e slacciandosi la cravatta. Poi le si avvicinò da dietro e le toccò il collo bianco con carezze dapprima deboli, poi sempre più insistenti, carezze non respinte, ma nemmeno desiderate. Le sue mani esploranti, come cieche talpe, non incontrarono difesa e se ne compiacquero. Eccitato e deciso, la sospinse sul divano e non tardò ad assalirla, in un impeto di mascolina vanità, una vanità che non pretende che vi sia un’intesa. L’indifferenza della dattilografa, lungi dall’essere un ostacolo, fu interpretata come un lasciapassare, un gradito segno di accettazione. La dattilografa schiacciata sotto il peso dell’impiegato, guardò il soffitto e lasciò che i suoi pensieri vagassero altrove. Quando l’acqua sul fuoco cominciò a bollire, la dattilografa supina diede un leggero colpetto sulla spalla dell’impiegato, aspettando che il suo corpo si ritraesse. Quando lui si fu disteso sulla schiena, lei si alzò a spegnere il gas e mise il tè in bustina nell’acqua fumante. L’impiegato si riannodò la cravatta e prima di uscire, accordò alla dattilografa un ultimo distratto bacio di protezione.

Sorseggiando il tè, la dattilografa si ritrovò di nuovo sola nella stanza. Si alzò per guardarsi allo specchio, si ravvivò meccanicamente i capelli osservando le doppie punte e lasciò che un pensiero appena abbozzato prendesse forma nella sua testa: «Bene – pensava – anche questa è andata e sono lieta che sia finita». Poi mise un disco sul grammofono e lasciò che la domenica trascorresse senza emozioni.

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