Un certain regard

“da una storia vera”

Finiti gli alberi del parco, alla pensilina dell’autobus una figura scura, da lontano non si distingue bene, ma è sicuramente una donna, man mano che si avvicina diventa più chiaro, coda di capelli corvini e un vestito senza particolari pretese, se non il colore rosso. Niente tacchi. Tiene una borsetta stretta fra le mani, le gambe serrate, come se cercasse di concentrare tutto il peso in un unico punto, fra un piede e l’altro, per non perdere l’equilibro, non evaporare nel caldo estivo.

La serata è afosa, la città si trascina dietro tutto il calore accumulato durante il giorno. Sembra volersene liberare ora, a sole calato, ma lentamente, letalmente, poco per volta. Piano piano cominciano a dissiparsi, a scivolare di lato, come fondali di un teatro, gli spessi strati di umidità che s’erano addensati nella canicola pomeridiana e ogni tanto un refolo d’aria, che chiamare vento sarebbe troppo, si solleva stentatamente, per poi abbattersi subito, affaticato, al suolo.

Da tutto il giorno P. si sente addosso una strana sensazione, qualcosa al confine con un malessere appiccicoso ma senza sintomi apparenti e dunque senza rimedio. Per tutto il giorno se n’è rimasto sul divano, impegnandosi in un difficile esercizio da equilibrista, per lasciare meno centimetri di pelle possibile a contatto col sofà e col suo tepore; le tapparelle semi-abbassate, l’immobilità più assoluta, per non aggiungere sudore al sudore, lasciando che l’unica cosa a muoversi fosse la lancetta sull’orologio a muro: prima o poi avrebbe segnato sera, l’arrivo del buio e, forse, di un po’ di sollievo.

Un giro in macchina gli è sembrato un ottimo piano, nella sua utilitaria di base dotata, però, di aria condizionata. Solo un giretto, mezz’ora al massimo, ma mezz’ora di decongestione che lo farà rinascere, di sicuro.

P. si avvicina sempre di più con la macchina, ancora qualche metro e sarà alla pensilina, ci passa davanti. Quella che da lontano era una silhouette ora ha una sua consistenza, un volto anche: di ragazza. La macchina scivola e passa oltre, si allontana. P. osserva la figura nel retrovisore: la ragazza non si muove, non si volta. L’auto si fa inghiottire dal fondo buio del viale. A qualche centinaio di metri rallenta, fa inversione, torna indietro, verso quel po’ di luce, verso quella macchia di rosso non ancora visibile ma che sicuramente è ancora lì.

Dall’altra parte della carreggiata, ripassa davanti alla fermata e sì, lei è ancora lì, il rosso del vestito ancora più rosso. P. passa piano, ma neppure pianissimo. E nella frazione di tempo in cui la macchina è davanti alla pensilina gli viene così, di girare un po’ il collo, senza particolari pretese. In un millesimo di secondo però due spilli neri in un mare bianco si piantano nei suoi occhi e P. si sente trapassato da uno sguardo animale, di tigre. Gli viene un brivido, il primo dall’inizio della giornata o forse dell’estate, a sentirsi posare addosso quella calma che è anche indecifrabile calcolo. Ma è questione di un attimo, poi P. passa oltre.

Gironzola un po’, si lascia trascinare fra salite e discese della città, la bolla d’aria condizionata in cui è immerso è anestetizzante, piacevole, restituisce un po’ di levigatezza ai pensieri. E mantiene intatto, ibernato, quel contatto visivo, che silenziosamente, coscienziosamente scava, scava. Forse lei potrebbe guarire quel fastidio vischioso che si porta dietro da tutto il giorno. I movimenti dell’auto di P. non hanno destinazione, se li si guardasse dall’alto disegnerebbero nella città come la scia di una lucciola impazzita, prigioniera in un barattolo. Dopo qualche minuto P. si accorge che, come per autonoma volontà del motore su cui si muove, è arrivato di nuovo nella zona del parco, i filari d’alberi lasciano spazio alla strada, ed è di nuovo a un centinaio di metri dalla banchina. Questa volta si ferma. Non spegne il motore, non vuole rinunciare all’aria condizionata.

La ragazza è sempre lì. La vede di profilo, mentre butta un occhio allo schermo luminoso del telefono, poi abbassa il braccio e a P. sembra di sentire nel buio appiccicato alle portiere della macchina il fine tintinnare dei braccialetti che sicuramente lei ha al polso. Tende il collo, si sporge a guardare fuori dalla pensilina. Nella sua direzione. Poi si rintana di nuovo nell’ombra. Possibile sia solo lei, così sola soletta?

Mette la prima, si avvicina lentamente, uno o due metri. Lei si scosta la frangia dagli occhi, la riporta dietro un orecchio. Poi tira fuori un foglio dalla borsetta e si fa aria. Così facendo il suo volto sparisce dietro la carta. Il mistero di quel volto che si copre e si scopre attira ancora di più l’attenzione di P., la voglia di scoprirne il dettaglio, di vederlo in pieno. Si avvicina più decisamente. Si ferma. Lei si blocca di colpo. Mette via il foglietto, tira di nuovo fuori il cellulare. P. è esattamente davanti alla pensilina. Di colpo lei alza nuovamente lo sguardo, fissa gli occhi sul vetro del finestrino, poi batte le ciglia, come per schiarirsi la vista. P. abbozza un sorriso, lei distoglie lo sguardo. Forse è solo timida, forse è la prima sera che è qui, non sa come fare.

Anche P. in realtà non sa bene cosa fare, perché anche lui si trova per la prima volta in una situazione del genere. Però la fama della zona è univoca e ben nota. Si passa le mani, sudate, sui calzoni, istintivamente la destra gli corre alla tasca, come per assicurarsi che il portafoglio sia dove deve essere, al suo posto. La sinistra scivola verso il tasto del finestrino sulla portiera, schiaccia, il vetro destro si abbassa. Lei sposta il peso da un piede all’altro, di nuovo si tocca i capelli, butta un occhio alla strada, prima da un lato, poi dall’altro.

P. abbozza un saluto, ciao, ma ha la voce roca e poi non sa bene cosa dire, ciao bella.

Lei prima lo guarda un po’ incerta, poi riconosce un suo coetaneo, risponde con un ciao.

Passa qualche secondo, lunghissimo.

Che fai?

Il finestrino è aperto ma P. non si rende conto della temperatura che man mano inizia ad aumentare dentro l’abitacolo, sente solo un’eco del brivido di prima, diffuso a tutto il corpo.

Aspetto l’autobus.

Si vede che è proprio la prima sera che è qui cazzo, però alla fine è anche questo a renderla interessante. Dai, dove devi andare, ti porto io, aggiunge, le parole sono venute da sole, come dettate dal non galateo che, immagina, si usi in queste situazioni.

Beh, che fai non sali?

Forse ha dimenticato la formula magica.

Su, quanto vuoi?

Silenzio, di nuovo. Poi una risposta incredula, quasi inanimata.

Sto aspettando il pullman. Davvero.

Il rosso del vestito si svuota, diventa di colpo trasparente. Con un gesto teso ma definitivo lei si passa una mano sulla fronte, scosta di nuovo i capelli dagli occhi, riportandoli dietro l’orecchio, come a cancellare anche l’immagine che ha davanti. Sembra che spazzi via anche l’ultimo briciolo di malizia, se mai ce n’è stata.

E mentre l’acceleratore fa nuovamente aumentare il ronzio del motore, all’improvviso e di nuovo fa caldo, un caldo immenso ed esagerato dentro la macchina, un caldo che si gonfia dentro P., si innerva in ogni vena, come se volesse gonfiarlo fino a farlo esplodere. E forse in fin dei conti P. si sentirebbe sollevato ad annegare in quella massa collosa e incolore, se solo potesse liquefarsi, liquefare quell’immagine di ragazza che gli si è appiccicata dietro gli occhi, quella vergogna colpevole che gli si è incollata fra le mani, dentro la mente.

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