Bianco o rosso?

“Un calice di prosecco, per cortesia.”
Abbozzai un sorriso, ma appena cercai lo sguardo dell’uomo con i baffi di fronte a me, mi aveva già voltato le spalle per rispondere alla domanda del suo compare, un individuo alto, smilzo e dai capelli sale e pepe che gli stava accanto. Presi la bottiglia dal secchiello, la avvolsi nel tovagliolo, riempii il calice inclinandolo e glielo porsi. I miei movimenti erano più lenti del solito, mi avevano rifilato un gilet più stretto di una taglia e avevo il terrore che il bottone sotto il seno potesse fuggire per mondi migliori da un momento all’altro, magari annegando nel bicchiere di qualche giovane ricca borghese.
“Per servirla, signore” dissi, questa volta con il miglior sorriso che possedevo e che riservavo a coloro che, nonostante il vizio di credersi superiori, azzardavano una formula di cortesia verso il personale del catering.
Cercando di ignorare il male alle gambe che non mi dava tregua dopo circa otto ore in piedi senza mai fermarmi, riempii altri cinque calici, due bianchi e tre rossi, per i signori accanto all’unico mezzo gentiluomo pervenuto fino a quel momento.
Era mezzogiorno, era appena cominciato l’aperitivo. La sala già era affollata dalle dieci e mezzo e il ricevimento sarebbe durato almeno altre otto ore. Il mio turno sarebbe invece terminato alle tre, e per evitare di tormentarmi contando ogni secondo che passava, cercavo di ammirare i dettagli della sala: gli arredamenti barocchi, le tende, le finestre alte e i vestiti delle ricche signore, che in qualche caso non si differenziavano dai paralumi.
“Ecco la festeggiata” mi bisbigliò un collega all’orecchio. “Con una così avrei risolto tutti i miei problemi” aggiunse, sospirando. Gli riservai uno sguardo di finta compassione. “O li moltiplicheresti” gli risposi, e lui mi fece un cenno con la mano per farmi tacere. In effetti, la ragazza non era affatto male. Il vestito verde smeraldo che portava esaltava il suo incarnato mediterraneo, i suoi capelli boccolosi, corvini e lucenti, il suo sorriso bianco e contornato di un rossetto color ciliegia. Non era bellissima, ma l’eleganza rende tutti migliori, almeno in apparenza. Aveva gioielli molto semplici, ma indubbiamente costosi, e le mani curate di chi, nonostante fosse vicino ai trenta, non aveva mai lavato nemmeno una tazza di caffè. Si avvicinò al bancone, accompagnata da un uomo sulla sessantina, giacca, cravatta, ventre rilassato e gemelli d’oro ai polsi della camicia, e altri tre ragazzi giovani come lei, anch’essi vestiti di tutto punto, che prima di quel momento non avevo notato. Cosa si festeggiasse non mi era stato chiaro fino a poco tempo prima. Dallo sfarzo avevo subito pensato a un fidanzamento, poi il mio responsabile aveva deciso di comunicarcelo: la ragazza, Amalia Goffredi, figlia dell’assessore, aveva passato l’esame di stato per l’avvocatura. Era stato necessario celebrare il successo in grande. Tutto meritato, supponevo.
“Va bene per tutti, bianco?” chiese la principessa, voltandosi verso i suoi prodi. La sua domanda mi costrinse a passare in rassegna con lo sguardo i loro volti, e il mio sorriso ingessato da cameriera rispettosa e umile si spense quando il mio campo visivo esaminò il ragazzo più a destra. Tutti si voltarono verso il bancone, notando la mia presenza. Anche lui. Mi riconobbe, e non abbassò lo sguardo.
“Forse invece il signore gradisce un calice di rosso, mi pare di comprendere” dissi, fissandolo intensamente a mia volta, cercando di non ridurre il mio tono di voce a un suono tremulo e imbarazzato, un atteggiamento che mi costò in pochi secondi un’immensa fatica. Non ero brava come lui, in certe cose. Avrei dovuto tacere, far finta di niente, ma il mio istinto di difesa fece da sé. Non volevo attaccare, anzi, volevo proteggermi.
“Esattamente” mi rispose, il tono di voce arido, di chi accoglie una sfida. La signorina Amalia parve accorgersi di una certa tensione, abbandonò i panni da civettuola e ci osservò curiosa, ma non durò che un istante, perché non considerava possibile l’ipotesi che qualcuno dei suoi accompagnatori conoscesse la cameriera. Ruggero, per dissimulare, sorrise, svelando seppur di poco il suo imbarazzo. “Molte grazie” aggiunse.
Mi accorsi subito del tremore delle mie mani, e tentai di concentrarmi sui bicchieri, che riempii uno dopo l’altro davanti a loro. Non fu necessario porgerglieli, allungarono da soli un braccio per prendere ciascuno il suo, e dentro me ne fui più che grata. Nessuno di loro ringraziò. Ruggero fu l’ultimo a voltarmi le spalle e allontanarsi. Lo osservai camminare accanto ad Amalia, e poi cingerla in vita, delicatamente. Era un gesto privo di spontaneità, sapeva che lo stavo guardando. Voleva rispondere alla domanda che aveva investito il mio viso pochi istanti prima. Voleva dirmi, a suo modo, cosa ci facesse lì.

Di quando eravamo ragazzi ricordo le passeggiate nei parchi, le sigarette fumate di nascosto, le lunghe telefonate. Andavamo raramente in città, nonostante il nostro paese non fosse così lontano. Andare in città era il passatempo delle coppie, di chi voleva regalarsi qualcosa fuori dall’ordinario per esibirlo alla prima occasione, di chi voleva cenare nelle piazze, con luci colorate, tovaglie pregiate e calici di vino alti e stretti. Noi, invece, che una coppia non eravamo, ci accontentavamo di camminare e poi sostare all’ombra, sulle panchine o accanto al torrente, di studiare insieme per il compito di latino nel giardino di casa mia, bevendo tè e mangiando pane e marmellata.
Le nostre famiglie pensavano che ci saremmo sposati, ma io e Ruggero non avevamo mai avuto la tentazione nemmeno di darci un bacio, nonostante i molti chiari di luna che ci avevano illuminato le guance e ai quali avevamo affidato, negli anni, le mille domande senza risposte che la vita ci obbligava a porci. Di invecchiare insieme, però, questo lo pensavamo entrambi. Non ci saremo persi, no, affatto. I nostri sogni ci avrebbero sicuramente portati lontano, ma non ci avrebbero separati.
Quando il padre di Ruggero morì, troppo giovane perché si potesse parlare di destino, a poco a poco precipitarono, effetto domino, tutte le altre certezze su cui poggiava la sua vita, e di riflesso anche la mia. Decise di partire, per una città che non era quella vicina. Voleva studiare, far soldi, e non tornare mai più. Diceva che suo padre sarebbe stato fiero di lui. Voleva convincermi a fare lo stesso. Diceva che anche io avrei dovuto studiare, con la testa che avevo. Improvvisamente non capiva più quanto a me piacesse prendermi cura del giardino, cucinare, portare a spasso i cani e lavorare nel bar accanto al comune, sentire le storie di più generazioni a confronto, comprare i giornali e disporli sui tavoli per far entrare il mondo anche lì, in quel piccolo angolo di geografia.
La nostra amicizia finì quando mi decisi ad andare a trovarlo, nella sua città di cui ricordo soprattutto il rumore dei tram sulle rotaie, dei clacson e la voce della gente che correva e che stava troppo al telefono. Mi fermai pochi giorni, e furono i più strani di tutta la mia vita. Mi sentivo curiosa e inadeguata. Avevo portato con me vestiti troppo semplici e senso dell’umorismo troppo ingenuo. I suoi amici non mi accettarono; io, dal mio conto, stavo accanto a loro come si fa quando ci si aggira con timore attorno a un animale che potrebbe mordere da un momento all’altro, se si fa troppo rumore.
Quando arrivò il giorno del mio rientro a casa, Ruggero mi accompagnò in stazione, io gli promisi di telefonare, e lui promise di scrivere. Ci guardammo negli occhi in silenzio per qualche istante. Mi baciò la guancia e senza aspettare la partenza del treno, si allontanò.
Non ebbi più sue notizie da quel giorno.

Quando uscii dal camerino dopo essermi tolta la divisa, Ruggero era accanto allo stipite della porta. Rimasi immobile davanti a lui, lo osservai. Il suo viso si era indurito, le guance rase, la schiena dritta di chi pare sempre in guardia. I suoi ricci biondi, che da ragazzino erano sempre indisciplinati, ora erano pettinati e obbligati alla staticità da un gel lucido e aggressivo. Se un tempo si fosse presentato davanti a me conciato in quel modo, come stesse andando a un matrimonio della camorra, avrei riso senza freni, l’avrei preso in giro. In quel momento, invece, non riuscii a provare nulla che non fosse accettazione.
“Forse adesso posso sparire per un po’ senza che nessuno mi noti” disse. “Sono tutti sufficientemente ubriachi.” Tirò fuori dalla tasca le chiavi di una macchina, me le mostrò facendole dondolare. “Mi accompagni?”
Annuii senza aggiungere una parola, frenando ogni considerazione su quanto stesse accadendo. Lo seguii, e in macchina ci allontanammo dalla villa e dai suoi giardini. Guidò per mezz’ora, in silenzio, ogni tanto voltandosi per osservarmi. Una volta abbozzò un sorriso e scosse la testa. Io ricambiai incerta, sul viso un’espressione confusa. Fissavo le sue mani, affusolate e dalle unghie mangiate, l’unico elemento che con certezza mi permetteva di affermare che fosse ancora lui, davvero. Una impugnava il volante e una il cambio di quella macchina di cui non osavo toccare niente.
Arrivammo a destinazione, una piccola locanda con qualche tavolo all’aperto. Non c’era nessuno. Ordinò da bere, due birre bionde, senza chiedermi se fossi d’accordo. Lo ero. Fino a che il cameriere non le appoggiò sul tavolo, non mi decisi a parlare.
“Non pensi che Amalia potrebbe essere in pensiero?” fu tutto quello che riuscii a dire.
Sorrise, si accese una sigaretta. “Le donne come Amalia non hanno mai pensieri. E tu, Iva?”
Bevvi un sorso di birra. “Io sono contenta di sapere che stai bene.”
“Non ti ho detto che sto bene.”
“Così pare.”
Non finì la sigaretta, che ne accese un’altra. “Abiti da queste parti adesso?”
Feci segno di no con la testa. Gli spiegai che il mio lavoro prevedeva trasferte. Abitavo in città, la nostra città, dove lavoravo. Abitavo con una collega, dividevamo le spese, le lamentele e le domeniche d’inverno. Senza che glielo chiesi, mi spiegò che aveva conosciuto Amalia a una festa, e da quel momento lavorava come avvocato nello studio di suo zio.
“Ne hai fatta di strada” commentai, riavviandomi i capelli. “Senza mai voltarti indietro.”
Si appoggiò più comodamente allo schienale della sedia, distese un poco le gambe, espirò il fumo. “Guardarsi alle spalle non serve. Sai, forse a noi pare di andare avanti, su una linea retta, mentre in realtà stiamo girando in tondo. Prima o poi si arriva al punto di partenza.”
Accolsi quell’affermazione senza particolare emozione, come invece facevo anni prima. Avevo ormai capito che le sue risposte pronte erano un esercizio di stile più che un filosofema sentito. Mi parve di cogliere, tuttavia, una certa sincerità, che mi innervosì. Dopo anni di silenzio, la verità non serve più, sempre che ve ne sia salvata almeno una parte.
Frugò nella tasca interna della sua giacca, mi porse un biglietto da visita. “Se un giorno avessi bisogno di me, sai dove trovarmi. Magari potresti spedirmi una delle tue marmellate. Quella di pesche. Le fai ancora?”

L’inverno arrivò, e con esso anche il Natale. Le pesche non erano di stagione, ma feci una marmellata di mele e la spedii all’indirizzo che mi aveva lasciato. Ci avevo messo poco zucchero, come piaceva a lui.
Qualche giorno dopo, ricevetti dalla sua segretaria un biglietto di ringraziamento e di sinceri auguri.

 

Photo credit: Panda on a Vespa

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