Glicine

Ricordo che era giugno e c’era il sole. Avrei dovuto restare inchiodata alla scrivania, leggere, studiare che conoscevo bene. Uscii.
Andai al Sempione, come ogni volta che l’estate inizia a chiamarmi. Mi chiede di mettere il traffico della vita tra parentesi, di respirare, di chiudere gli occhi e sentire.
Non ci sono strade pedonali per il parco. Bisogna attraversare il caos del quartiere, saltarne gli ostacoli, resistere alla violenza dello smog nelle narici, prima di arrivare dove si libera il pensiero.
Non che il parco sia un posto tranquillo, per intenderci. Ci sono i bambini, il campo da calcio, la piscina poco più in là; c’è però un rettangolo di pace al suo interno, è lì la voce della bellezza.
C’è quella pianta di glicine che serafica si arrampica su una struttura di ferro, lo scheletro di un grande gazebo che quei rami robusti avvolgono fino quasi a nasconderlo. Ci si avvinghia, assorbendone la ruggine. Rami che con la lentezza di anni si sono fatti strada sperando di raggiungere il cielo o di ritornare all’origine, incavarsi in se stessi, come quando si cresce e la vecchiaia c’incurva.
 
Quel giorno andai lì sotto e alzai gli occhi: c’erano solo petali viola, la mia pelle protetta dall’ombra del fogliame.
Basta chiudere gli occhi e respirare. Che profumo ha la libertà? Non la libertà di fare qualsiasi cosa, non il potere; penso piuttosto all’abbandono di ogni aspettativa, di ogni desiderio. La libertà di pensarsi parte di un tutto, di fuggire dal singolo dolore. Accompagnare col proprio respiro l’alito del vento.  Essere la calma che ci sorprende quando accettiamo il nostro posto.
È quel profumo lì: fresco e carezzevole, è quieto vivere.
È difficile ritrovarlo da qualche altra parte. Mio padre ha un glicine sul retro del negozio, mio fratello sul balcone. Il loro profumo non è così intenso. E poi quelli li riconosco come tali dopo aver imparato cos’è un glicine; ma il primo è quello lì, al parco. Chi arriva primo si prende quel ricordo che rimane per sempre. Con le persone, anche con le cose. La prima volta ci segna, accompagna silenziosa i nostri pensieri per la vita. Così, il profumo di glicine sarà sempre il profumo di quel glicine.
Mi venne voglia di toccare l’albero ruvido, aprii bene la mano distanziando le dita e la appoggiai sulla corteccia color tortora. E poi mi ricordai di lei, di Chiara.
Raccoglievamo i petali e li mettevamo nella tasca della felpa, perché di strappare i fiori dalla pianta proprio non se ne parlava, e poi li tenevamo lì per giorni, oppure giocando alle spose ce li lanciavamo addosso. Volevamo che i vestiti profumassero, volevamo crescere. Chissà cosa pensavano le nostre nonne sedute sulla panchina.
La risata di Chiara era sonora, la dentatura che scopriva il suo sorriso era imperfetta, i denti grandi. Mi divertiva quando rideva, forse perché a divertirla ero io, con le mie battute. Mi faceva sentire la sicurezza che vogliono provare i bambini, quella del noi saremo amiche per sempre. La stessa che da grandi fuggiamo.
Anche Chiara scappò, ma fu perché la portarono via, si trasferì ad Asti e non la rividi più. Anni di amicizia nel nostro micromondo, pugni pieni di quei petali odorosi e fantasie interrotte da scelte non nostre, che ci cambiarono la vita con la scusa che altro non si poteva fare.
È buffo, però non mi ricordo d’aver pianto. Non so, è strano, sarebbe uno dei pochi casi nella mia vita in cui i ricordi felici hanno soppiantato quelli tristi.
 
Allungai un braccio per staccare un fiore, ma subito dopo aver afferrato il gambo mollai la presa. Mi chinai, raccolsi una manciata di petali, e me li misi in tasca. Pensai a cosa sarebbe accaduto se Chiara fosse rimasta. Forse lei, Cecilia e io avremmo continuato a essere inseparabili, forse no.
 
Sorrisi nel ricordare le nostre mani sporche di terra mentre trapiantavamo i fiori da un’aiuola all’altra del parco, o dopo aver strappato ciuffi d’erba per colorare le grandi pietre del sentiero con la clorofilla. Ci piaceva quella più larga, tra l’erba e la stradina, tutte e tre fingevamo fosse la nostra casa, e le pulizie di primavera la rendevano lucida e verde. Giocavamo a fare le adulte, una piccola casetta senza pareti che bastava a proteggerci. Ci penso ogni volta che m’immagino il futuro. Certi pensieri bisognerebbe non cambiarli mai.
Respirare l’odore di quel sangue floreale mi faceva venire un po’ di nausea, s’infilava sotto le unghie e il verde macchiava i pantaloni, ma il nostro sorriso bianco e sincero rendeva il tempo infinito.
Spremere i fiori ne intensifica il profumo, diventa troppo intenso, quasi la natura ci punisse per il nostro egoismo, come sempre succede quando vogliamo raggiungere l’essenza di qualcosa. Tutto si squaglia nelle nostre dita.
E comunque, Chiara è su Facebook, è tornata a Torino per studiare economia. Per me, il suo posto è ancora sotto quel glicine, le dita verdastre, la terra sotto le unghie e nelle fessure delle suole, e non ce n’è un altro. Per questo non le ho mai scritto.
 
Questo racconto è stato pubblicato nella raccolta Aa.Vv., Il luogo ci continua, Pangramma 2014, con il supporto dei Bagni pubblici di via Aglié, Torino. A questo link, il progetto: https://illuogocicontinua.wordpress.com/.
La colonna sonora scelta per questo racconto è
Rivers flow in you, Lindsey Stirling.

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