Crazy train

                                                    Ispirato a una storia vera

Alle 16.30 in stazione L. decide di farla finita. Ventidue anni vissuti intensamente, prima di quella bocciatura. Addio sogni. Brucia troppo. E poi quella voce insopportabile che per la terza volta ripeteva: «Signorina devo bocciarla, così proprio non ci siamo, lei è sicura di voler continuare questa facoltà?».

Alle 17.30 sono pronto per partire: Parigi! Esami finiti, mi concedo una settimana di relax in dolce compagnia nella capitale della cultura e dell’arte. Non esco dall’Italia da due anni e ho bisogno di un po’ di relax. Treno last minute, trolley piccolo, libri per il viaggio, Internazionale fresco fresco appena comprato in stazione. Insomma, manca solo il treno. Che però ancora non arriva. 
 
Alle 17.40 lo speaker si decide infine a parlare: ritardo di mezzora. Serie di brusii di malcontento sulla banchina. « Il treno tesgievé2547 delle 17.35 subirà un ritardo previsto di 30 minuti, ci scusiamo per il disagio… ». Mezzora di ritardo non rovinerà il mio viaggio. Nel frattempo arriva un treno regionale sul binario uno. Un gruppo di pensionate inglesi urlanti si getta sul treno trascinandosi dietro grosse valigie. Due riescono a salire, le porte si chiudono e alcuni uomini rubicondi, forse i loro mariti, rimangono sulla banchina disperati. Le inglesi si rendono conto di non essere sul TGV e iniziano a sbattere contro la porta del treno ormai chiusa. L’espressione di panico sulle loro facce è indescrivibile. Nel frattempo arrivano altri inglesi dello stesso gruppo, che scoppiano subito in grasse risate al sentirsi raccontare la disavventura dello loro compagne. Una dozzina di minuti dopo, le sfortunate torneranno indietro, tra pacche sulle spalle e altre risate, che non mancano di farmi sorridere. Per loro fortuna il treno era diretto a Porta Nuova. 
 
Nel frattempo si accumulano minuti di ritardo e inizio a spazientirmi. Lo speaker tace colpevolmente e la gente inizia a fare la spola sulla banchina, avvicinandosi a tratti al tabellone degli orari. Me ne tengo lontano, ma le facce incollerite di chi torna dal tabellone non promettono nulla di buono. Ormai ho messo via Internazionale. Fa abbastanza freddo in questa maledetta stazione di vetro e le sale d’aspetto non sono contemplate. Passano le mezzore e lo speaker tace. Faccio un giro per la stazione, osservo la gente in questo martedì di ritardi, insulto mentalmente Trenitalia e lancio occhiatacce al tabellone degli orari. Non piove nemmeno, cos’è successo? Dopo dieci minuti torno alla banchina, non si sa mai, c’è il rischio che il treno passi e nessuno dica niente. Per passare il tempo guardo i passeggeri in attesa e cerco di capire se sono italiani o francesi. Ma mi stanco in fretta. Arrivano i primi messaggi da Parigi e da casa. «Tu es parti?». No, il treno è in ritardo, spero non lo sopprimano. «Sei partito? Tutto ok? Buon viaggio!». Buon viaggio un bel niente!
 
C’è un tipo accanto a me che sta perdendo la pazienza. Fa la spola tra le sue valigie e il tabellone ogni cinque minuti e mentre torna fa ampi segni con le mani, sconsolato, emette insulti a mezza bocca, lancia occhiatacce a tutti quanti, come se il ritardo fosse imputabile agli altri passeggeri. Non si dà pace insomma, forse spera di innervosire tutti gli altri passeggeri. Pare che si tratti di un ostacolo non meglio precisato sulla Torino-Milano che ha paralizzato il traffico.
Verso le 20 ho perso ormai le speranze. L’idea di arrivare alla Gare de Lyon alle 2 di notte con la metro chiusa e la prospettiva di una lunga passeggiata di almeno un’ora per Parigi, con la valigia e lo zaino, non è molto allettante. Ma qualcosa si muove. La folla perlomeno inizia ad avvicinarsi ad un tizio robusto comparso dal nulla, che inizia a dare indicazioni. Eccolo, penso, il classico passeggero so-tutto-io che nel tentativo di rassicurare la gente seminerà ancora più scompiglio. Comunque mi avvicino, non si sa mai. E in effetti si tratta addirittura di un funzionario di SNCF, in borghese. Mi faccio spazio tra la gente preoccupata e intuisco qualcosa. Udite udite, pare che il treno arriverà nel giro di 15 minuti. Ma c’è anche una brutta notizia, anzi due. Sembra che il ritardo sia stato causato da un «incidente sulla linea, una ragazza è finita sui binari…». E poi aggiunge, tra l’incredulità della gente: «Il treno che arriverà dovrà fermarsi due ore a Lione, poi cambierete treno e arriverete a Parigi…». Nella confusione non riesco a sentire bene o forse non voglio sentire la pessima notizia. «Arriverete a Parigi domani mattina alle 7mezza». Cala il silenzio intorno a me. E dire che avevo preso il TGV per evitare di sorbirmi 12 ore notturne di pullman a 19 euro. «Se no potete prendere il treno domattina con lo stesso bilgietto…». Ma non ho molto tempo per decidere: il treno è finalmente arrivato. Ormai sono qui, mi dico, non ho nessuna voglia di tornare a casa e ripartire domattina. E poi non si capisce niente, è tutto molto confuso, il funzionario non dà molte spiegazioni. Decido di saltare a bordo.
 Da casa intanto mi arrivano sms confortanti: «L’era mej ca stavi a cà!». Bene. Non ho voglia nè di leggere nè di fare altro. L’atmosfera sul treno è già abbastanza pesante, intravedo tra i sedili le facce sconsolate e stanche di chi arriva da Milano e si è dovuto sorbire già tre ore di ritardo restando al proprio posto. Comunque, il peggio è passato, forse. Certo, l’aria condizionata è ancora accesa nonostante sia settembre inoltrato, ma lasciamo che questi dettagli non complichino ulteriormente la situazione. Navigo su internet in piena apatia, almeno fino al confine.
Per aggiungere un tocco surreale al viaggio, il controllore passa dopo circa un’ora con un piccolo quadernino su cui segna i nomi di chi è destinato a Parigi. Pare che a Lione saliremo infatti su un treno con le cuccette. «Io vado a Parigi». «Anche io» e così via per tutto il treno, come se si trattasse di una simpatica scampagnata in famiglia. Per fortuna il controllore è di buon umore e riesce a stemprare lo scontento collettivo. Dopotutto, mi dico, potrebbe essere un’esperienza interessante. Verso le 22 il controllore ritorna con un simpatico kit di emergenza: bottiglietta d’acqua, insalata di pasta in scatola, caramelle gommose zuccheratissime e schiacciatine. Mangio senza troppa fame, ed esploro il kit, che include un simpatico giornaletto con tanto di matitine con alcuni giochi di logica e cruciverba. Non mi azzardo nemmeno ad aprirlo naturalmente.
Verso mezzanotte arriviamo a Lione. Tutto sommato il viaggio sta passando in fretta, mi dico. La situazione resta comunque surreale. La stazione di Lione sta per chiudere e rimaniamo solo noi, passeggeri dimenticati da Dio, sulla banchina. Fa abbastanza caldo per una passeggiata avanti e indietro alla ricerca del wi-fi. Mentre lo cerco mi rendo conto che mi hanno tolto due euro dal credito per non so quale tariffa, di conseguenza sono ufficialmente a secco. Il controllore racconta simpatiche storielle davanti alle porte del treno ad alcuni passeggeri, un uomo arabo parla al telefono ad alta voce, quasi urlando, una coppia di vecchietti guarda fuori dal finestrino preoccupata. La mobilitazione di forze delle ferrovie francesi è ingente, non c’è che dire: qualcuno distribuisce bottigliette d’acqua, altri semplicemente controllano il treno dall’esterno. Alla fine rientro anche io. Non ho molta voglia di parlare ai miei compagni di sventura. Mi lancio nella lettura dei capitoli finali e bellissimi di Moby Dick e per un’ora buona dimentico dove sono e cosa sta succedendo. 
 
Sono le ore più stancanti. Sono ormai le 2 anche i passeggeri più ottimisti sono ormai accasciati ai loro posti. Del controllore nessuna traccia. Le due ore di attesa previste sono passate, ma non c’è traccia del treno con le cuccette. Un giovane ragazzo davanti a me giace quasi privo di sensi sul tavolino e pare invecchiato di anni. Qualche minuto prima l’avevo visto aprire addirittura il libretto di giochi del kit. Passeggio per il vagone e noto che nessuno riesce davvero a dormire, complici le luci abbastanza forti che aggiungono disagio al disagio.
Verso le 2 e mezza qualcosa si muove. Finalmente usciamo dal treno, quasi euforici, per dirigerci su un altro binario. Ma l’attesa è ancora lunga. Ci forniscono un kit per la colazione e un tè caldo. Per la prima volta vedo l’intero gruppo del treno ammassato sulla banchina. Fa abbastanza freddo ora e il treno non si decide ad arrivare, eppure davanti a me, fermo e inespressivo, c’è un ragazzo di colore in maniche corte. Sta osservando due ragazze che bevono il succo del kit e osserva quel succo come se ne avesse una voglia matta. Non ha né kit né valigie, strano. Passano ancora svariati minuti e mi dimentico di lui. 
 
Sono ormai le 3 quando il treno arriva. La gente ormai non ne può più e si ammassa frettolosamente verso i due vagoni-letto messi a disposizione, timorosa di restare senza letto. Non è ben chiaro come ci disporremo nei vagoni, probabilmente a caso. Accanto a me, una ragazza ben vestita scoppia a piangere sulle spalle del ragazzo, che proprio non sa cosa dirle e si limita a darle qualche pacca sulla spalla come a dire: «tout ira bien chérie». Ma non mi sembra molto convinto. Chissà, forse erano in prima classe e ora si trovano a dover dormire in mezzo a sconosciuti di ogni tipo. Salgo finalmente sul treno e tra la confusione più totale intravedo una scena di puro stoicismo. Due vecchietti, forse gli stessi di prima, si sono accomodati nel loro scompartimento in compagnia di altre persone, ma invece di allungarsi, restano seduti uno accanto all’altro, sorridenti, come se la situazione fosse assolutamente normale. Chissà , forse resteranno così tutta la notte, chiaccherando con i fortuiti compagni di viaggio, raccontando loro di altre avventure.
Sono le 3 e mezza quando il treno parte e io mi allungo sul primo letto vuoto che trovo. Nel mio scompartimento dormono già tutti. Butto la mia valigia dove capita e, completamente vestito, cado in un sonno profondo. Ma la quiete è destinata a durare poco. Verso le 5mezza, un rumore mi fa sobbalzare. Qualcuno è entrato nello scompartimento. Con gli occhi socchiusi, cerco di capire chi sia. È il ragazzo in maglietta che ho intravisto poco prima. Cerco di riaddormentarmi, ma qualcosa mi turba. Il ragazzo ha un comportamento strano. È in piedi al centro dello scompartimento e fissa il finestrino davanti a sé, senza muoversi. Forse mi ha visto. Richiudo subito gli occhi. Chissà, forse è semplicemente insonne. Ma dopo venti minuti circa è ancora lì. Ogni tanto si guarda intorno, gli occhi sgranati, come se cercasse qualcosa nei letti degli altri viaggiatori, che dormono profondamente. Mille dubbi mi assillano. Non sono neanche sicuro di averlo visto prima di coricarmi. Cosa sta facendo nel nostro scompartimento? Vuole rubare qualcosa? Vuole mettere una bomba? Sono un razzista che accusa il primo nero che non gli va a genio? Dopo un tempo che mi pare interminabile, si decide infine a salire la scaletta che porta al terzo piano di letti. Ma invece di accomodarsi, resta semplicemente in piedi sulla scala, a metà. È a pochi centimetri da me e continuo a fingermi addormentato, pur essendo spaventatissimo e allo stesso tempo spazientito. Vorrei urlargli qualcosa, ma non oso. D’altronde non ha fatto nulla di male. Alla fine sale sul letto in alto, ma proprio quando penso che stia per mettersi a dormire succede l’impensabile. Dopo essersi sdraiato, afferra la scala del letto e decide di tenerla accanto a lui in posizione orizzontale, inspiegabilmente. Ha paura che qualcuno lo raggiunga? Resta in questa posizione assurda per almeno dieci minuti, con gli occhi bianchi aperti che risaltano nella penombra. Per me quegli occhi sono ormai sinonimo di puro terrore. Il suo comportamento incomprensibile, complice la mia stanchezza, mi ha gettato nello sconforto più totale, in una paralisi che mi impedisce di muovermi e fa turbinare in me i peggiori presagi. Lo guardo e lui ricambia il mio sguardo. Ci fissiamo per svariati minuti. Il suo sguardo è indecifrabile. Non c’è colpa né imbarazzo nei suoi occhi. Nel mio sguardo c’è sicuramente accusa, ma lui pare immune a ogni interrogativo. La mia situazione è disperata. Temo che il peggio possa accedere da un momento all’altro, ma vorrei solo addormentarmi e pensare che sia solo uno strano sogno. E così succede.
Mi sveglio, preoccupatissimo, che fuori è già giorno. C’è movimento nel treno. Il mio pensiero torna subito all’esperienza di qualche ora prima. Gli sguardi interminabili, gli interrogativi, l’assurdo comportamento dello sconosciuto… Lui è ancora lì, seduto sul letto ora, con le gambe a penzoloni. Avrà forse la mia età, ma la mancanza di espressività del suo sguardo rende impossibile qualsiasi diagnosi. Mi ricorda qualche ghanese che ho visto in televisione, forse un calciatore. Tutto è finito, penso, posso richiudere ancora gli occhi e starmene tranquillo qualche minuto ancora. 
 
Ma appena il mio vicino di letto si alza per andare in bagno, succede l’inimmaginabile. Il ragazzo scende dal suo trespolo, esce nel corridoio gettando uno sguardo furtivo e si avventa sul letto vuoto, iniziando a frugare nello zaino del mio vicino. La signora sotto di me insorge e corre a chiamare il mio vicino. Questi torna immediatamente, ma la reazione del ragazzo ci lascia senza parole: colto in flagrante, si getta nel letto del mio vicino, fingendo di dormire. La situazione è così assurda da stemperare eventuali accessi di violenza. Ci guardiamo, increduli. Dopo un minuto, il ragazzo si alza lentamente ed esce in corridoio. Per fortuna il mio vicino è molto paziente, penso. Ma lo sconosciuto torna, come se nulla fosse e si appoggia alla porta guardandosi intorno. Mi siedo sul letto per tenerlo d’occhio e dopo qualche minuto noto che si è abbassato per infilarsi le scarpe. Ma invece di prendere le sue scarpe, ha preso le mie, sotto i miei occhi, e sta per infilarsele, come se nulla fosse. Insorgo! «Mais qu’est-ce que vous faites?». Non risponde. «What are you doing?». Non so se ridere o urlare. mi chiedo se tutto ciò sia realmente accadendo. Mi guarda senza emozione, sembra un abitante di un altro pianeta. Oppure una persona talmente disperata da aver perso ogni capacità di relazionarsi con gli altri. Non risponde, si guarda intorno e poco dopo prova a ripetere il trucchetto con un altro paio di scarpe. Ma ormai l’intero scompartimento lo sta fissando, a metà tra incredulità e sconcerto, e alla fine si allontana nel corridoio. 

 

Non manca molto a Parigi ormai. Il viaggio della speranza è quasi finito. Prima di uscire provo a parlargli, senza successo. Gli offro ciò che resta del mio kit colazione, un succo, due biscotti. Subito rifiuta, poi li accetta. Scendiamo dal treno e lo osservo per qualche minuto allontanarsi. Un’altra viaggiatrice racconta di averlo visto salire a Chambery, approfittando della nottata anarchica del TGV Torino-Parigi. Lui si allontana, senza meta precisa, in maglietta e senza valigie. Dove va, penso. Da nessuna parte. In sottofondo lo speaker annuncia la presenza di un pacco sospetto nella stazione.

Alle 16.30 del giorno prima, il professor G. tornava a casa. «Com’è andata la giornata?». «Bene. Gli esami sono stati lunghi. Forse alla fine ero un po’ stanco e ho perso la pazienza senza motivo. Sto invecchiando, non sono più fatto per queste cose».

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