Odisseo. Tra nostalgia dell’Altrove e brama di Indefinito

Questo articolo nasce dalla lettura del nuovo libro di Mauro Bonazzi intitolato Con gli occhi dei Greci[1]. Nasce, per la precisione, dal secondo capitoletto intitolato “Nostalgia”, che fa luce su questo sentimento nell’ottica greco-antica, adducendo in particolare l’esempio di Odisseo e del suo travagliato ritorno in patria. È mia intenzione approfondire l’argomento, sia perché il fil rouge della nostalgia si stende flessibile e robusto fino all’epoca contemporanea, sia perché assume, ad una attenta analisi, sfaccettature nascoste.
 
L’etimologia greca ci rivela che la parola “nostalgia” significa “dolore del ritorno” (da nóstos, ritorno, e álgos, dolore). Più propriamente, nella nostra comune accezione, questo sentimento indica la sofferenza che deriva dalla lontananza, generalmente da un luogo ove si era stati, e molto spesso dal luogo identificato come casa. Tuttavia è doveroso sottolineare che il termine non ha affatto un’origine antica: esso infatti è stato utilizzato per la prima volta verso le fine del XVII secolo per indicare una patologia che affliggeva i soldati mercenari svizzeri lontani dalla adorata terra natia[2].
 
Nel richiamo all’Odissea, è evidente che al leitmotiv della nostalgia si intreccia quello del viaggio. L’eroe omerico intraprende un lunghissimo cammino che lo impegnerà per tutto il poema con l’obiettivo di raggiungere Itaca, la patria tanto agognata, dove la moglie Penelope lo attende. Odisseo però impiega anni e anni per rivedere la sua famiglia, a causa delle continue sventure e prove a cui viene sottoposto dagli dei ostili. Importante per noi il lungo soggiorno alla corte della ninfa Calipso: la bella Nereide, innamoratasi del greco, gli impone il suo affetto e lo vizia presso le sue stanze, decisa a non farlo partire. La nostalgia di casa si è fatta fortissima e palpabile dopo tutto questo tempo: l’eroe, seduto sulla sabbia della spiaggia, in preda a quel momento che «volge il disio ai navicanti e ‘ntenerisce il core»[3], pensa alla sua terra natia. Solamente dopo sette anni gli dei impongono dall’alto il proprio volere, convincendo Calipso a lasciar libero l’uomo. Finalmente Odisseo torna a casa, sconfigge la schiera dei Proci e riabbraccia Penelope e il figlio Telemaco. Ma la nostalgia non finisce. Le fonti sulla morte dell’eroe greco divergono, ma tutti sono concordi nel riportare che Odisseo si rimette per mare, poco dopo esser tornato a casa. Nella stessa Odissea, nel libro XI, l’indovino Tiresia profetizza l’ultimo lungo viaggio dell’eroe verso l’Atlantico.
 
 
Dunque ciò a cui pensava l’Odisseo nostalgico mentre contemplava il mare dalla costa di Ogigia era un ricordo lontano e, al contempo, un futuro inafferrabile. Ciò da cui attinge la nostalgia è il ricordo, ma affinché essa “funzioni” – affinché ci doni quel sorriso melanconico – essa deve rimanere relegata nella dimensione mnemonica. Quando Odisseo torna alle sponde di Itaca, non la riconosce, proprio come gli abitanti della città non riconoscono più l’aspetto del loro re. Quando la nostalgia si realizza, il sogno va in pezzi e la mente cerca altrove l’oggetto del suo desiderio.
 E l’eroe omerico cerca un Altrove. Ciò che mi piacerebbe sottolineare, infatti, è che la nostalgia non va correlata necessariamente a un ricordo, non per forza al passato, né tanto meno ad un luogo visitato. È un irrequieto tormento, un capriccio avvolto dalla bruma, quello che prende Odisseo. Nostalgia è desiderio, ma non del passato.
 
Ci viene in aiuto quell’autentico scrigno lessicale che è la lingua tedesca, che possiede una parola per tutto. Il termine Heimweh è la nostalgia di casa, intesa più largamente come il luogo ove risiedono gli affetti (analogamente all’inglese homesickness). Il tedesco trova poi il suo contrario, Fernweh, che mi piace tradurre come “nostalgia dell’altrove”. Ebbene, Odisseo soffriva di Fernweh. In realtà non era di tornare in patria il desiderio che lo opprimeva, bensì quello di raggiungere un luogo che ormai non sentiva più come casa, ma come un posto nuovamente da scoprire, dopo una vita intera di peregrinazioni. Odisseo è il viaggiatore insaziabile, l’essere umano che aspira a estinguere la sua sete di conoscenza, a costo di spingersi oltre le Colonne d’Ercole, simbolo dei limiti dello scibile umano, senza sapere cosa trovare, e lì morirci. La sua è sete di indefinito. E allora – con un volo pindarico – possiamo scomodare tutto il Romanticismo tedesco. Chiave del pensiero romantico sette-ottocentesco è la Sehnsucht, ovvero un anelito verso qualcosa di sfuggente, qualcosa di ancora non scoperto, qualcosa che l’uomo non vede ma di cui avverte sempre la presenza – come l’infinito leopardiano – e che è sempre accompagnato da un intimo struggimento. In una sua personale interpretazione Heidegger riprende la radice etimologica e definisce la Sehnsucht «il dolore della vicinanza del lontano»[4]. La Sehnsucht è perciò una “nostalgia del futuro”.
 
Perché non pensare dunque ad Odisseo come a un preromantico, un grande utilizzatore della ragione che, quando questa non basta, usa il cuore per andare oltre. Vengono in mente altri preromantici come Vittorio Alfieri, che in comune con l’eroe omerico ebbe anche la squisita irrequietezza e la frenesia del viaggio, al limite della dromomania. Ci rendiamo conto quindi che il tema della nostalgia si intreccia inevitabilmente con quello del viaggio. Abbiamo visto che certamente la nostalgia può scaturire a seguito di un viaggio, e quindi scatenare il ricordo e il desiderio di ritornare a sensazioni familiari, ma altresì può generarsi dalla staticità, dal desiderio dell’Altrove, dell’indefinito, del futuro, e perciò scatenare il viaggio stesso.
 
«Sempre avanti, perseguendo / la mancanza di ogni scopo / e la smania che lo accompagna!»[5], cantava il modernissimo Pessoa, poeta dalla multiforme personalità, uno dei più grandi letterati che il Portogallo abbia mai avuto. Certo, in Portogallo sulla nostalgia sono espertissimi. La saudade– che viene impropriamente tradotta come “nostalgia”, ma che in realtà è quasi intraducibile[6] – è finita col diventare la marca di ogni cittadino lusitano, che la vive come un sentimento patriottico di tempi andati. Ma la saudade è molto di più: è anch’essa, come il sentimento romantico, una tensione verso il futuro, talora mistica, talora fideistica. È un «Gusto amaro di infelici, / Dolce puntura di agreste rovo»[7]quello che il portoghese prova guardando l’oceano, oltre l’orizzonte, dal punto più occidentale d’Europa, tenendo nel cuore la propria terra, ma desiderando quell’Altrove che da quella scogliera sembra appartenergli interamente, di diritto. Anche per il francese Baudelaire il paese lontano che si desidera è quello sconosciuto: «Nostalgie des pays et des bonheurs inconnus. Tu connais cette maladie fiévreuse qui s’empare de nous dans les froides misères, cette nostalgie du pays qu’on ignore, cette angoisse de la curiosité»[8]. Un’angoscia di curiosità. La stessa curiositasdi Odisseo, con lo spleen che ne deriva quando questi si trova sulla spiaggia di Calipso e «Con dolori, con gemiti, con pianti / Struggeasi l’alma, e l’infecondo mare / Sempre agguardava, lagrime stillando»[9]. È l’istinto più primitivo – forse più forte della sopravvivenza – quello di partire per cercare l’ignoto.
 
Lo stesso sentimento è poi concretissimo nel viaggio epico di Enea, che se dal lato umano non raggiunge le cime sublimi dell’eroe omerico, incarna perfettamente l’uomo che guarda al futuro con nostalgia. Troia, ormai annientata e presente solamente nel ricordo di Enea, deve lasciare il posto ad una città che non esiste ancora, ma la cui presenza è scritta: Enea deve solo trovarla al di là del mare e darle il nome di Roma. «Ecco che allora la nostalgia si scrive al futuro anteriore, che è forse il tempo di tutte le fondazioni, che non sono probabilmente altro che rifondazioni»[10]. Il limite di Enea è che la meta sembra essere l’unico suo interesse, portato innanzi dalla mano degli dei. Odisseo invece non si accontenta, non si ferma a Itaca, non accetta l’orizzonte, come gli rimprovera Calipso nella straordinaria interpretazione di Pavese[11], chiedendogli cosa sia stato fino a quel momento il suo errare inquieto. «Se lo sapessi avrei già smesso»[12], risponde tagliente l’uomo. Sehnsucht, dicevamo, una “bramosia di indefinito” o “di sconosciuto”. L’uomo nostalgico vuole sempre di più, non importa cosa si sia alla fine del cammino. Viene in mente un altro viaggiatore, l’Immortale di Borges, che nella sua epica ricerca asserisce: «Ignoro se credetti mai alla Città degli Immortali: penso che allora mi bastasse il compito di cercarla»[13]. La nostalgia alla base del desiderio di tornare, o partire e cercare, deriva quindi dall’ignoranza e non dal ricordo, e del resto, come ci ricorda Kundera, nella lingua spagnola la nostalgia si dice añoranza: «“añoranza” viene dal verbo “añorar” (provare nostalgia), che viene dal catalano “enyorar”, a sua volta derivato dal latino ignorare. Alla luce di questa etimologia, la nostalgia appare come la sofferenza dell’ignoranza»[14]. Del resto è proprio così, la nostalgia di Odisseo affonda le radici nella sua ignoranza, nel non sapere cosa accade in patria, nel non conoscerla più, nel non conoscere – e non riconoscere – più la sua famiglia e la sua casa, ma soprattutto nel non Conoscere, tanto da andare a cercare oltre le Colonne d’Ercole, sapendo di andare incontro alla sua morte pur di fare del mondo intero la propria casa. Perché in fondo l’amore per la conoscenza, quello che possiamo chiamare filosofia, «è propriamente nostalgia, un impulso a essere a casa propria ovunque»[15].
L’articolo che avete letto è stato scritto da: 
Fabio Soriente


[1] Mauro Bonazzi, Con gli occhi dei greci¸ Carocci, Roma 2016
[2] Ivi, p. 17
[3] Purgatorio, VIII, 1-2
[4] Martin Heidegger, Saggi e discorsi, a c. di G. Vattimo, Mursia, Milano 2014, p.71
[5] Fernando Pessoa, Viaggiare! Perdere paesi!, in id., Poesie di Fernando Pessoa, a c. di A. Tabucchi, Adelphi, Milano 2013, p. 257
[6] Per un approfondimento sul significato di saudadee sulle sue interpretazioni, si legga L’araba fenice. Tentativo dissennato di spiegare a un amico una parola indefinibile, in «Tabucchi. Di tutto resta un poco», a c. di A. Dolfi, Feltrinelli, Milano 2013, pp. 56-64
[7] Almeida Garrett, Saudades in id., Folhas Caídas, Publicações Europa-América, Mem Martins 2008, p. 47
[8] Charles Baudelaire, Lo spleen di Parigi. Piccoli poemi in prosa, Mondadori, Milano 1992, p. 112
[9] Odissea, V, vv. 110-112, trad. di I. Pindemonte
[10] Barbara Cassin, La nostalgia. Quando dunque si è a casa?, Moretti e Vitali,Bergamo 2015, p. 48
[11] Cesare Pavese, L’isola, in Dialoghi con Leucò, Einaudi, Torino 2014
[12] Ivi, p. 103
[13] Jorge Luis Borges, L’immortale, in L’Aleph, Adelphi, Milano 1988, p. 16
[14] Milan Kundera, L’ignoranza, Adelphi, Milano 2001, p. 9
[15]Novalis, Opera filosofica, a c. di F. Desideri e G. Moretti, Einaudi 1993, vol. 2, p.466
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