Sul comodino, “Una stanza tutta per sé”

Non mi era ancora capitato di leggere Una stanza tutta per sé di Virginia Woolf. Eppure spesso ho incontrato questa scrittrice sui banchi di scuola o all’Università. A volte la grande letteratura mi suscita un sentimento di fascino inverso: più ne sento parlare e meno ho voglia di leggere. Forse per una sorta di timore che mi coglie nel momento in cui apro un classico.

Così poche settimane fa ho appoggiato sul comodino Una stanza tutta per sé. Avevo davanti Virginia Woolf, una scrittrice profonda e complessa, disperata. Cosa mi avrebbe lasciato? E se non mi fosse piaciuta? Non l’avrei mai ammesso, certi libri sono belli e basta, devono piacere. Mi dicevo tra me e me: “Spero di non annoiarmi, spero che non sia un saggio sul femminismo troppo teorico e astruso, spero che abbia un linguaggio semplice che mi parli direttamente e che non mi faccia sentire il peso dei cent’anni di distanza che mi separano dalla scrittrice.”

L’ho letto d’un fiato e sì, è bello e sì, deve piacere. Una stanza tutta per sé è un libro prezioso, va custodito e protetto. Mi ha insegnato come solo la letteratura può fare, forse e soprattutto perché l’ho letto in questa fase transitoria della vita, tra la fine degli studi e l’inizio della vita lavorativa, precaria, incerta, debole.

Virginia, senza ascoltare i miei sbalzi di umore e le mie lamentele sulla difficoltà di trovare un posto in questa nuova vita, mi ha interpellato, mi ha chiesto di partecipare attivamente al suo processo di creazione, mi ha chiesto aiuto e mi ha offerto la sua mano. Mi sono zittita e l’ho solo ascoltata. Mi ha parlato lo ha fatto con parole semplici, dirette, delicate appellandosi a una sorta di unicità della sensibilità femminile.

Questo libro è nato in un’occasione particolare quando a Virginia Woolf era stato chiesto di scrivere un articolo sulle donne e il romanzo. Mi ha raccontato una lunga storia di scrittrici dimenticate e mai esistite. Ha immaginato per me, e per tutte le donne e gli uomini del mondo, la storia della sorella di William Shakespeare, grande poetessa che morì giovane e dimenticata, un’immagine che rinchiude in sé la vita di centinaia di donne che furono poetesse ma solo per sé stesse, sole nelle loro case, sole nel loro lavoro domestico. Questa poetessa, dice Virginia, ”vive in voi e vive in me, e in molte altre donne che non si trovano qui questa sera, perché stanno a casa a lavare i piatti e a far dormire i bambini”. I grandi poeti non si dimenticano, sono perenni, se noi gli diamo una possibilità.

 

hopper
Edward Hopper, Morning sun

Datemi ancora un secolo di vita vera, non una piccola vita isolata, datemi 500 sterline all’anno, datemi una stanza tutta per me, datemi l’abitudine alla libertà e il coraggio di scrivere ciò che penso e farò la mia strada da sola. La vita femminile è una vita collettiva, le grandi scrittrici sono diventate tali perché precedute da tante scrittrici anonime che hanno preparato il terreno, con pazienza e segretamente, per anni e anni. Così nascerà la poetessa: “Io sostengo che ella arriverà, se lavoriamo per lei; e che lavorare così, sia pur nella povertà e nell’oscurità, vale la pena.”

Penso così allo sciopero delle donne organizzato questo 8 marzo per richiedere una uguale retribuzione, al movimento “Non una di meno” contro la violenza di genere, e penso di essere fortunata perché non ho mai subito una discriminazione di genere nella mia vita. In questo momento Virginia Woolf ha dato un senso alle mie giornate incerte, rileggo le sue parole nei momenti di sconforto e non mi sento sola, ha arricchito la mie prospettive più intime. Nelle scelte che verranno e negli impieghi che avrò non dimenticherò la sua lezione, mi farò portavoce di questo insegnamento sull’essere donne, libere, coraggiose e autonome. In fondo siamo tutte parte della stessa storia.

 

Il testo che avete letto è stato scritto da Viola Ottino
 
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