Caspar

Quale luogo potrà mai essere come questo, crocevia universale di creature errabonde, mutevoli, sfuggenti quali solo son gli esseri umani, che si fermano per qualche secondo, qualche minuto, immobili mentre tutto scorre rapidissimo, per poi riprendere febbrili il loro cammino? Mentre fuori le immagini si distorcono per la velocità, chi in piedi, chi seduto, muti in questo silenzio robotico, attendono il loro turno, perché come la terra li aveva accolti, sarebbe stata presto pronta a rigurgitarli.

Li ho sempre osservati con ammirazione. L’ho sempre fatto e sono intenzionato a farlo finché posso. Il mio nome è Caspar e passo la mia esistenza qui sotto. Ne sono felice. Qui ho l’occasione di conoscere molte persone, di vederle crescere, di comprenderle. Il mio nome è Caspar e ho un dono. Sono in possesso di una prodigiosa memoria fotografica, sono in grado di ricordarmi perfettamente un volto già visto, ad esempio, oppure ogni minimo dettaglio legato ad un evento. Tutti gli incontri che avvengono qui sotto vengono automaticamente registrati nel mio cervello, cosicché, la volta dopo, riesco a cogliere senza sforzo ogni differenza nel loro aspetto, nel loro taglio di capelli, nel trucco, nei vestiti, ma anche nella loro testa, nel loro stato d’animo. Sì, piano piano, sono diventato bravo a capire i loro stati d’animo. Il corpo dice molte cose della gente. Si possono indossare maschere spesse, coriacee e variopinte, ma il corpo tradisce sempre, in minima parte, quello che sta sotto. Io non ho maschera alcuna, io sono qui sotto, e semplicemente osservo.

Sono qui anche oggi, come ogni giorno, e osservo la porta. Una carovana di persone si avvicina, ripetendo i movimenti meccanici di ogni giorno. Riconosco tutti, ad eccezione di qualche signore in giacca e cravatta con trolley al seguito, evidentemente in viaggio per affari. Si assomigliano tutti loro, eleganti, spesso nervosi, a volte svogliati, occhi al loro telefono di ultima generazione perché il mondo vero è là dentro. Si fa avanti, poi, una vecchia conoscenza, e mi fa sempre piacere vederlo, David, me ne ricordo il nome da quando un tale che indossava la kippah lo salutò prima di andarsene, pressappoco sei mesi fa. È un signore magro, un po’ curvo, dal passo sghembo, lo sguardo che tradisce un certo grado di timore negli ambienti pubblici, come se volesse apparire sicuro di sé, ma al tempo stesso lanciasse occhiate furtive ora di qua ora di là, per convincersi di avere la situazione sotto controllo. Recentemente ho anche scoperto, e non c’è ombra di dubbio, il suo mestiere. Un giorno, e da lì in avanti sempre, ho notato che nei lacci delle sue scarpe, un po’ vecchiotte ma di qualità, si impigliava qualcosa di estraneo. Lì per lì mi era sembrato solo sporco, della polvere, ma era qualcosa di diverso, che peraltro interessava unicamente i lacci e non il resto della calzatura. Erano capelli. Capelli tagliati da lui in una dura giornata di lavoro. Minuscoli pezzettini di capelli, frammenti di un passato recentissimo, briciole di qualcuno che, chissà dove, ora sfoggiava un nuovo presente. È strano che io non avessi osservato prima questo dettaglio, ho pensato che forse doveva aver deciso, ad un certo punto e per qualche motivo, di non spazzolarsi più le scarpe, una volta uscito dalla bottega. Magari gli acciacchi dell’età gli hanno suggerito che non serviva poi, in fondo, piegarsi fin lì per essere così ordinato. Un dettaglio così minuscolo, chi vuoi che se ne accorga, avrà pensato. Dev’essere così. Ma quel giorno non sono stato io a risolvere questo puzzle, bensì una dolce piccola bambina che, fissando il barbiere a lungo con i suoi occhi grandi, era svicolata dalla stretta della mamma ed era andata a curiosare proprio tra i lacci dell’uomo, mettendosi a pizzicare e raccogliere proprio quei pezzi di capelli, mentre l’altro, visibilmente a disagio, non aveva fatto in tempo a dire nulla o a fare niente, che la madre la aveva nuovamente agguantata e tirata a sé. Ero molto grato a quella bimba che ora stava giocando con le sue treccine colorate, mite, seduta sul sedile vicino al finestrino.

Ed ecco che, mentre sono concentrato sul barbiere, le porte si aprono e una ragazza dai ricci corvini viene decisa verso di me, un viso nuovo, mai visto prima, ma poi, un lampo, si ricorda di qualcosa, qualcosa che ha lasciato indietro, sembrerebbe. Sembra sussurrare timidamente che, ci vediamo dopo, magari, è solo questione di tempo. Inverte la rotta e torna da dov’è arrivata, con quell’imbarazzo mal dissimulato che ti coglie quando ti senti in dovere di giustificare le tue azioni agli sconosciuti. Al posto suo entrano i soliti ragazzini della scuola media, devono ritornare a casa, mi osservo in giro, ed entra anche Friedrich, una vecchia conoscenza e non solo per me, conosciuto in verità con tanti nomi ma che so chiamarsi così grazie ai discorsi senza fine di chi lo vede arrivare, da sempre, come fosse quasi un vip. C’è chi lo chiama barbone, eppure io l’ho sempre trovato pulito e ordinato, chi più elegantemente clochard, chi semplicemente il vecchio, perché sì, è anziano, ma a me piace chiamarlo come raramente ho sentito chiamarlo qui, il montanaro. Perché su di lui si dicono tante cose, si dice che sia un senzatetto, si dice che abbia abbandonato spontaneamente la casa, che finga soltanto di non averne una, qualcuno azzarda a raccontare che un tempo fosse un grande scalatore, al suo paese, ma che non si è mai dato veramente da fare, si dice che ogni tanto, in superficie, si metta ad urlare in una lingua dura, ma, a me piace sottolinearlo, qui sotto non ha mai proferito parola. Lo guardo con benevolenza, mentre lui non tradisce smorfia, e intanto che lo osservo noto, con la punta dell’occhio, che nel vagone accanto è entrata una ragazza. Al momento la settima del vagone, per un totale di trentadue. Ma lei attira la mia attenzione. Sorrido un po’. Lei sa della mia esistenza, perché ci siamo già incontrati una volta. Una soltanto. Mi sono fatto l’idea che non venga qui spesso. Sta guardando fuori le pennellate grigie spalmarsi omogenee, presente ma assente, con i capelli in disordine che sanno di fieno dorato, e uno spesso cappotto a farle da scudo. Avevo già notato all’epoca i suoi occhi, vigili come quelli di un cerbiatto spaventato, tristi in stato di quiete. Ora però che riceve una telefonata, forse inaspettata, io scopro che i suoi occhi tristi deflagrano quando ride. E ride, in modo rumoroso e spontaneo, e mi compiaccio che avvenga qui. Al contempo, nel vagone di testa, sento una signora anziana che ride in maniera più contenuta con la vicina, mentre stringe in mano l’ultimo numero di una rivista patinata. Dietro di lei uno studente riceve un messaggio, leggo che domani si taglia. Lui sorride maligno e anch’io. All’altro capo, in coda, una colorata scolaresca esplode in una risata sguaiata che poco viene tenuta a bada dalle insegnanti. Non le invidio, ma sono contento, davvero. Loro ridono, ma sono io, a ridere. E tutto avviene più forte, da lacrime agli occhi. Rido, ma devo ricompormi, se voglio assicurare loro la stessa controllata andatura.

Ed è buio fuori, credo, e il barbiere è ormai in superficie da tempo, chissà dove, chissà la ragazza dai capelli corvini, magari sta per arrivare, chissà la bimba dalle treccine multicolore, se si sarà messa a fare i compiti, chissà l’anziano montanaro con la stessa consunta camicia a quadri di sempre, e anche per te, ragazza dai capelli dorati, è giunto il momento di scendere, solo una fermata e sei a casa, già stringi in mano le chiavi del portone. Immagino che ci sarà una terza volta, e chissà, magari allora il viaggio sarà un po’ più lungo. Apro le porte, di nuovo, lei esce e con lei gli altri passeggeri, si riversa fuori il mio inconscio collettivo, si riversa nell’aria fresca della sera, mentre io proseguo la mia corsa, con il ventre dimagrato, sapendo che presto altre anime, come tante fiammelle in uno stesso stagno, verranno a spegnersi dentro di me, a donarmi pochi secondi della loro vita. E grazie a loro vivrò io, Caspar, proiettile di gran cuore, che viaggia nella notte eterna, divorando coloro che ama.

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