Le muse non vengono dall’Elicona

Occasionalmente i suoi occhi si fermavano a rimirare un occaso. Striature purpuree squarciavano il cobalto del cielo e il sole sembrava immergersi nelle gelide acque del lago, ormai pallido come il viso scavato d’un malato terminale. Era allora, proprio allora, che Z si abbassava le braghe con cura e si masturbava. Un gemito glaciale accompagnava l’eiaculazione. Affermava che i vapori ctonii sprigionati dall’asfalto rovente lo eccitavano; l’odore di muffa che spirava dalle fogne risvegliava la sua libido ancestrale. Poi si sdraiava. Non abbottonava nemmeno i pantaloni. Gli piaceva che il leggero vento serale sibilasse anche sul suo membro, stanco e moscio. Dopo aver sonnecchiato beato qualche ora sulla sua terrazza, tornava alle sue faccende: finire la bottiglia di vino comprata al discount mentre leggeva questo racconto. Poi, con la prostata dilatata al massimo e dolorante, orinava. O meglio. Si alzava in fretta e furia e pisciava sugli stipiti delle porte. Voleva segnare il territorio. Non voleva dimenticare di essere un mammifero, un animale. “Questa società ci soffoca. È una Cibele secolarizzata: feconda le nostre menti di stronzate. Libertà. Mi ricorda una carogna putrida intrappolata nel filo spinato. Diritto. O dritto. La direzione è già stata decisa. Scienza. Oh se solo comprendesse fino in fondo il proprio oggetto!”. Poi si girava una sigaretta. La cartina doveva essere rigorosamente biodegradabile. Non-me-ne-frega-un-cazzo. Il petto si gonfiava, quasi fiero. Un movimento sinusale faceva danzare i suoi polmoni. Inspira, espira. Inspira,espira. E il fumo che esalava dalle sue labbra secche si perdeva in un orizzonte nostalgico. Poi Z tornava a leggere questo racconto. E poi si annoiava. “Esco a fare due passi, devo assolutamente andarla a trovare”. E così strappava quattro margherite avvizzite dall’aiuola che si trovava di fronte all’ingresso del condominio dove abitava, quella dove i suoi dirimpettai portavano a cacare i figli in piena fase di pubertà: sì, circa quarantenni, barba sfatta, sì, quelli che guardano le ragazze sportive correre vicino alla provinciale, nell’ora di punta. Si sa che l’anidride carbonica è necessaria per il processo di fotosintesi clorofilliana! Raccolte le violette, o margherite che fossero, s’incamminava. Ed era felice di raggiungere il suo amore. Camminava svelto. Attraversava gli incroci sempre col semaforo rosso. “Evviva il comunismo!”, gridava. Dopo circa venti minuti di svolte a destra – col rosso, svolte a sinistra – con l’arancione, arrivava a destinazione. Un loco ameno. Dopo essersi lasciato alle spalle un bellissimo cancello di ferro battuto, con le punte affilate, simili alle guglie delle cattedrali gotiche, percorreva una strada battuta, sterrata, ricca di ciottoli, simili a quelli che decreteranno l’ostracismo a Temistocle, il prossimo personaggio Disney. Ed eccola. Scolpita su granito. Angelica Cannemozze. 1912-1948. Con affetto. I tuoi cari. “Ti vedo amore mio, vedo la tua anima danzare sulle tue ossa, ormai cibo per vermi. Non voltarti, non guardarmi. Lo sai, sono timido.” E dopo aver posato le violette-margherite-che-fossero, si sdraiava, prono, senza retroversione. E stringendo la lapide con tutta la sua forza disperata, si strofinava nell’erba, eccitato. “Io ti voglio fecondare: voglio fecondare il tuo ricordo: ah, se solo potessi trasformarmi in cigno!”. L’amava veramente. Si toglieva le scarpe. Voleva calpestare quel sarcofago di terra che stringeva in tutto il suo calore primaverile il cadavere. Voleva che tutti gli insetti s’approvvigionassero delle sue vene, del suo sangue pieno di colesterolo. Voleva volteggiare libero come una baccante, voleva dilaniarsi le carni, voleva decomporsi, diventare salma. “uomo, sono uomo: sotterratemi! Cos’è lo spirito, se non lo sputo di Dio nella nostra trachea?”. Passò la notte accovacciato al tronco d’un cipresso. Dormì fino all’alba. Fu un tenue raggio di sole a ridestarlo. Si alzò e si incamminò verso casa. Il marciapiede era dissestato, pieno di erbacce, di cartacce e di altre cose che finiscono in “acce”. Passeggiava a piedi nudi, ormai sporchi, infetti e purulenti a causa d’una ferita provocata dai resti di una bottiglia di birra. Ma camminava. E fischiettava. “Sempre la stessa storia: i ceti ambienti non si curano dell’abbiente, o qualcosa-di-genere. Ad un tratto, preso da un leggero torpore, si volle specchiare in un cubito di calcestruzzo, ma non aveva gli occhiali. “Non sono presentabile. Un’altra volta”. E riprese a camminare. Giunse nei pressi dell’aiuola dove aveva raccolto le violette-o-margherite-che-fossero. I bimbi giocavano ancora. Salì nel suo appartamento. Apparentemente felice riprese a leggere questo racconto. Ma si annoiava.

“Z, hai letto il racconto?”
“Sono arrivato quando lui va nel cimitero,credo”
“Che?”
“Il cimitero”.
“Solo?”
“Eh, ma è troppo lungo”
“Modifica l’interlinea!”
“Non so più cosa scrivere”
“Prova a rileggerlo”.

Ma si annoiava. I suoi occhi erano iniettati di sangue. Forse la pressione arteriosa era alta. Un forte senso di vertigine attanagliava le sue meningi. “Esco a fare due passi, o forse tre”. Una volta raggiunto quel marciapiede-di-prima, proseguì la sua marcia, cadenzata, con ritmo allegro. Camminò per due, forse tre ore. Ed erano là, le spighe dorate del grano, in tutto il loro splendore tammuziano, circondate da piccoli fossi dove scorreva una bava di acqua fangosa. Un leggero suono rompeva il silenzio dei campi, un vibrato. Credo si trattasse dell’autostrada. Un airone cinerino planava nel campo di soia, senza chiedere permesso alla torre di controllo. Respira! A pieni polmoni! “Forse centrava qualcosa la fotosintesi clorofilliana, non ricordo”. E si sdraiava. “Naturaliter et simpliciter”. Il rumore lontano del traffico in re minore acquietava il suo cuore. Era terrorizzato. Per un momento si era sentito un frutto. Sì,un frutto. Si era voltato un secondo alla ricerca del sileno. “Io sono sperma e mestruo. Sono indefinibile. Che vadano alla malora i trattati di botanica, sollucchero di pseudo intellettuali frustrati e castrati! È il mio respiro, la mia carne, la mia fame, la mia sete. Siamo fatti della stessa sostanza del letame. Nutriamo noi stessi di stronzate, ma è la Vita che ci possiede, ci avvolge la retina con il peplo della ragione. Voglio stare qui. Per sempre. Sdraiarmi e aderire perfettamente al suolo. Con la retroversione, questa volta, credo. E decompormi. E diventare cibo dei vermi, come Angelica. Che possa il lettore disgustarsi del mio ricordo. Si essiccò come una bistecca di seitan. Divenne una carogna, un cadavere. Ma si annoiava.

“Ho finito”
“Di leggerlo o di rileggerlo?”
“Di scriverlo. Ma mi annoia”.

 

 

Il racconto che avete letto è stato scritto da:

Federico Vezzetti

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