Polvere

Con il sudore del tuo volto mangerai il pane;
finché non ritornerai alla terra,
perché da essa sei stato tratto:
polvere tu sei e in polvere ritornerai!
Genesi 3:19

 

È cominciato tutto circa una settimana fa e forse non passeranno altrettanti giorni prima che la dissoluzione arrivi a compimento. Se scrivo queste poche righe, non è perché credo che qualcuno possa capire. Probabilmente queste mie parole non saranno nemmeno ritrovate e se anche qualcuno dovesse leggerle, dubito che possa prenderle sul serio. Piuttosto, spero che l’inchiostro mi aiuti ad accettare l’assurdo processo che sta segnando la mia esistenza. D’altronde, non saprei da dove cominciare, tant’è l’angoscia che mi opprime. Il solo pensiero della raccapricciante disgregazione mi toglie il respiro. Ciò che sto vivendo non è qualcosa che io possa analizzare oggettivamente. Apparentemente, è stata una settimana come le altre, ma il destino che mi è stato assegnato è tutt’altro che normale. Ma andiamo in ordine.

Come dicevo, tutto è cominciato circa una settimana fa. Giovedì mattina per la precisione. Come sempre, mi ero svegliato abbastanza presto, infastidito dalle prime luci provenienti dall’esterno. La sveglia suonava ininterrottamente da almeno dieci minuti, ma emettendo un suono impercettibile. Rigirandomi nel letto, nel dormiveglia, tra le lenzuola bagnate dal sudore, precipitai in un sogno abbastanza confuso, di cui ora non posso descrivere il contenuto. Più che di un sogno, si trattava di un insieme di sensazioni che avevano preso la forma di immagini sconnesse. Ripensandoci, credo che quell’incubo non durò che pochi secondi, sufficienti tuttavia a gettarmi uno stato di improvvisa spossatezza. Quando mi svegliai, nulla era mutato nella stanza e per un attimo mi soffermai ad osservare la solidità della scrivania, dei libri, del vecchio lampadario. Ma non appena mi girai sul fianco, avvertii tra le gambe qualcosa di ruvido e secco. Mi misi a sedere e sollevai le lenzuola. Ad un primo sguardo, niente di inusuale. Poi, avvicinandomi lentamente e passando la mano sulla superficie, capii. Tra le pieghe arancioni del copri materasso, una specie di polvere, leggera e quasi invisibile ricopriva qua e là la superficie. Sul momento non diedi molta importanza a quella scoperta e mi limitai a sbattere le lenzuola in cortile. Forse la sera prima passeggiando al parco avevo inavvertitamente portato un po’ di terra in casa.

Due giorni dopo, la questione si ripresentò, questa volta in maniera più evidente. Era sabato mattina e stavo lavando alcune camicie nel lavandino. Aperta l’acqua tiepida, prendendo tra le mani una camicia a quadretti, avvertii la stessa sensazione di ruvido. Poi, dopo averla messa a mollo per qualche minuto, notai che l’acqua aveva un inaspettato colore scuro, come se avessi messo a lavare uno straccio sporco. Svuotato il cesto, vidi sul fondo nero un sottile ma ben visibile strato di polvere, simile a terra secca. Ne afferrai una manciata per meglio osservare. Sentendomi un po’ stupido, avvicinai le dita alla bocca e allungai la lingua per tastarne il sapore. Terra. Era proprio terra. Mi alzai di scatto e sputacchiai nel lavandino. Impiegai qualche minuto a lavare via i grumi dalla camicia, prima di ficcarla in lavatrice.

Per tutta la giornata, continuai a cercare una spiegazione, senza riuscirvi. Poi la sera, un altro indizio. Sotto il getto confortante della doccia, avvertii qualcosa di solido sulla pelle e sotto i piedi. Arrestai l’acqua e mi toccai la schiena, là dove sentivo che c’era qualcosa di insolito. Ma mi bastò guardare in basso per capire di cosa si trattava. Lo scarico dell’acqua si era intasato e i due centimetri d’acqua avevano assunto un colorito scuro e torbido. Piccole particelle nere si muovevano tra i miei piedi, depositandosi sul fondo della doccia. Terra. Avvolto nell’accappatoio, sgattaiolai fino in cucina a piedi nudi, lasciando tracce scure sulle piastrelle beige. Lavorai allo scarico con lo stura-lavandino, lasciando che l’acqua e la terra defluissero lentamente. Lasciai il doccino aperto per qualche minuto: l’acqua defluiva bene e rapidamente. Mi tolsi l’accappatoio e mi apprestai a terminare la doccia, ma la sensazione di ruvido sulla pelle si ripresentò. In pochi minuti, l’acqua tra i miei piedi si intorbidì nuovamente. Lungo il mio corpo, tra i rivoli d’acqua, vedevo a occhio nudo piccole particelle di nera terra scivolare verso il basso. Richiusi l’acqua stizzito, imprecando ad alta voce. “Maledette tubature, questa casa cade a pezzi”. Uscii dalla doccia ancora insaponato e mi asciugai rapidamente, cercando di scrollare i grumi di terra tra i capelli. “Domani mi toccherà chiamare un idraulico”.

L’indomani mattina mi alzai di buon’ora. Tra le lenzuola, i residui di terra secca della sera prima rimasti sul mio corpo. In bagno, osservandomi allo specchio, mi trovai più magro del solito, sciupato. La pelle del viso, incredibilmente secca, formava una trama di carta vetrata. Lavandomi la faccia, notai ancora sul fondo del lavandino particelle di terra. “La situazione è più grave del previsto”. Anche l’acqua della cucina aveva un retrogusto strano, tanto che decisi di rinunciare al caffé per colazione.

A lavoro, dimenticai la faccenda, almeno sino a sera. Erano circa le 18 e il caldo era asfissiante. Il telefonò squillò. Era la mia vicina di casa: «Ho fatto entrare l’idraulico, ha detto che le tubature sono a posto». La ringraziai e riattaccai, perplesso. Molly, alla scrivania di fronte a me, alzò un attimo lo sguardo dallo schermo e corrucciò la fronte. “Tutto ok? Ti vedo un po’ sciupato oggi. Sei sicuro di stare bene? Hai uno strano colorito”. Mi limitai ad annuire: “Devo solo darmi una rinfrescata Molly”. Ma l’immagine che vidi nel piccolo specchio in bagno non mi confortò affatto. Sulla pelle sudata del viso, osservando con attenzione, mi parve di intravedere sottili crepe, che davano alla pelle uno strano luccichio. Aprii l’acqua del rubinetto e mi sciacquai la faccia, ma quando riaprii gli occhi, mi resi conto che qualcosa non andava. Impiegai qualche secondo prima di capire. Restai in silenzio, paralizzato, ad osservare l’acqua del lavandino che defluiva lentamente, torbida. Quando il mulinello dello scarico terminò, toccai con mano i residui scuri e semi-solidi. Terra.

Inutile dire che sul momento non mi capacitai affatto di ciò che era accaduto. Ciò che gli occhi vedevano e le mani toccavano, la mia mente faticava a comprendere. Ma in fondo, una voce dentro me tentava di suggerirmi che non si trattava di una semplice coincidenza, né un problema di condutture. Quando tornai a casa quella sera, osservai in silenzio la superficie della cucina, del tavolo da pranzo, della scrivania…Osservai con occhi nuovi. Dappertutto, tra i vestiti e gli oggetti con cui ero stato a contatto, impercettibili ma onnipresenti tracce di terra secca, polverosa. Caddi nel letto esterrefatto, incapace di confessare a me stesso l’orribile verità. Chi potrebbe assistere impassibile alla propria dissoluzione?

Da quel momento, tutto è precipitato e se parlo di quegli eventi come se fossero accaduti in un remoto passato è perché il tempo ha ormai assunto per me un senso radicalmente diverso. Barricato in casa, senza mangiare, resto immobile per ore, limitando al minimo ogni movimento. Forse, penso, riuscirò a frenare la disgregazione del mio corpo. Poi però, osservandomi ancora una volta allo specchio, tastando con mano il mio viso sempre più magro e le mie gambe scheletriche, mi lascio prendere dalla disperazione: tra le mani, percepisco ancora una volta quel leggero strato di terra polverosa, quasi impercettibile, che se ne va irrimediabilmente. Ormai ne sento l’odore e non potrebbe essere altrimenti. Avvicino il naso alla pelle ed è come se fossi accovacciato su un terreno inaridito. Ad ogni respiro, la gola mi si secca sino ad un punto che credo impossibile, ma poi tutto ricomincia come prima. Vorrei bere, ma temo che il contatto con l’acqua non farebbe che accelerare il processo. Stamattina, guardandomi allo specchio, ho notato che l’orecchio destro è ridotto a un sottile lembo di pelle. Forse stanotte, quando cadrò sfinito in preda agli incubi, si sgretolerà del tutto, lasciandomi per metà sordo.

Nelle ultime ore, proprio mentre stavo scrivendo queste poche righe, qualcuno ha suonato alla porta. Per un attimo ho pensato di aprire, chiedere aiuto, raccontare tutto. Poi ho pensato che non mi avrebbero riconosciuto, si sarebbero spaventati. Sono ridotto a poca cosa ormai. Esternamente, ad un primo sguardo, potrei sembrare il solito di sempre. Ma so che non è così, poiché forze sconosciute lavorano dentro di me, disgregandomi come un ceppo lentamente svuotato dal tempo e dalle termiti. Guardandomi da vicino, noterebbero orribili e mostruose sproporzioni. Sarebbe troppo difficile spiegare. La mano scorre leggera sul foglio, leggera come non l’avevo mai sentita prima e ad ogni movimento sprigiona un piccolo sbuffo di polvere. Ma so che queste parole vogliono dire ben cosa cosa. Chi mai aveva udito di un uomo, ancora in vita, le cui membra divengono terra? Quando la disgregazione sarà arrivata a un punto di non ritorno, quando i miei organi saranno intaccati irrimediabilmente e le mie dita non potranno più tollerare il peso della penna, non resterà traccia alcuna del mio passaggio. Menomato, dimezzato ma ancora vivo, attenderò meditando, incapace di provare angoscia. Se c’è una cosa che ho imparato da questa terribile esperienza, se così la si può chiamare, è che gli uomini disprezzano la sostanza di cui sono costituiti. Quando entreranno in casa, allarmati dalla mia prolungata assenza, si rifiuteranno di riconoscere in quel mucchio di terra sul letto i resti dell’uomo che fui. A dire il vero, non è colpa loro: anche io farei lo stesso. Dopo avermi calpestato incuranti, cercandomi invano nelle stanze della casa, apriranno le finestre e sarò spazzato via per sempre.

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