Respirare «alla maniera dei grandi»: “Vita e morte delle aragoste” di N.H. Cosentino

Non esistono libri morali o immorali come la maggioranza crede.
I libri sono scritti bene, o scritti male. Questo è tutto.
Oscar Wilde

Mi sono spesso trovata d’accordo con Oscar Wilde, ma a questo suo celebre aforisma sento di dover aggiungere una considerazione: un libro è scritto bene se, una volta conclusa la sua lettura, si può dire “avevo proprio bisogno di leggerlo.” È quello che ho pensato di Vita e morte delle aragoste, il secondo romanzo di Nicola H. Cosentino (Voland, 2017). Persuasa dal suo comparire in numerose liste di consigli per la lettura di quest’estate ormai passata- tra cui in un post di Danilo Zagaria, per La Linea Laterale – l’ho comprato e ho fatto bene. Perché più che averlo letto con entusiasmo, l’ho letto con esigenza; un bisogno celato di passeggiare tra le domande della vita con l’andatura lenta e leggera. Leggerezza che non incontra mai superficialità, perché la penna di Cosentino rispecchia il passo di chi sa procedere guardando il paesaggio, di chi non può che chiedersi ogni tanto “quindi, tutto dritto?, vado avanti?” con l’ironia rispettosa di quella dose di malinconia essenziale per riflettere, capire, o forse non capire e accettarlo.
Fin dalla prima riga ho lasciato che Antonio, voce narrante a cui non manca certo stile e onestà, mi concedesse di prender parte del suo viaggio e quello di Vincenzo Teapot, e incredibilmente vi ho riconosciuto gli stessi miei confusi orizzonti. Forse non è un caso, Cosentino ha la mia stessa età e della stessa generazione sono anche i suoi personaggi: la storia della loro amicizia è la storia dei loro anni più intensi – viaggi, sogni e amori passeggeri -, di quella giovinezza che pur cercando di ignorarlo, avverte la condanna inevitabile alla perdita della sola cosa che la unisce alla bellezza: l’ingenuità.

Per la crescita si usa spesso una metafora imbarazzante, quella sullo spiccare il volo. Cresci, quindi stai spiccando il volo. Io credo non ci somigli proprio, né al volo né al vuoto […]. Trovarci adulti, all’improvviso e senza rincorsa, è stato il contrario del burrone, è stato perdersi in una vastità traboccante. Come un imbarazzo della scelta, una crisi davanti al menu […] qualcosa come dover lasciare spazio agli orizzonti che si aprono, e liberare, quindi, respirare forte, buttare fuori tutta l’aria che abbiamo trattenuto nel tempo, fin dalle apnee timorose delle prime volte. Per poi capire, anche se fa male, anche se è troppo presto, che di prime volte, tra poco, non ce ne saranno più. E che per non morire devi saper respirare.
Devi prendere aria nuova. Devi imparare a rilasciare. […]
Pensavo a Vincenzo. Mi auguravo che, ovunque fosse, stesse respirando alla maniera dei grandi.

Antonio ci racconta la sua adolescenza accanto a un amico speciale, così diverso da lui, dal quale impara quotidianamente “che ogni cosa ha il suo prezzo”, ma che il listino cambia continuamente e stare al passo è difficile, perché in un paese come il nostro, l’unica certezza è che “prima dei trent’anni, procurarsi soldi legalmente è pressoché impossibile”. Come le aragoste, che non smettono mai di crescere e abbandonano il carapace per crearne uno che meglio si adatti al cambiamento, così dovranno fare anche loro, tra zaini in spalla, perenne sgomento di fronte all’universo femminile, precarietà lavorativa, sogni dalla linfa vitale ormai stanca e ricerca continua della propria identità, per capire che è quella poi la cosa più misteriosa. Perché ciò che hai e che sei non è mai veramente tuo, appartiene anche a coloro che ti stanno accanto. Quelli che nel cammino, occorre cercare – ne va di noi stessi! – di mettere in salvo.

Forse era vero che l’amicizia ha più chance dell’amore, di durare per sempre. Vorrà pur dire qualcosa, mi dicevo, se certa gente ti vuole bene senza il desiderio di vederti nudo, senza esercitare possesso, senza condividere mutui e figli e baci più o meno appassionati e scambio di fluidi e parole d’amore […] se questo ragazzo è stato con me su una spiaggia per il gusto di starci […] forse l’amicizia cresce sempre e non smette mai, come le aragoste e come la speranza. Senza spezzarti necessariamente la gola.

Speranza o illusione, due parole che, come credeva Vincenzo, alla fine, per noi figli di questa epoca, spesso si riducono a sinonimi. E allora delle aragoste, più che mangiarcele, ché sono un po’ care, sappiamo però che farne: imitarle, rincorrere noi stessi provando a non perderci mai.

 

Photo credit: Panda on a Vespa

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