“Tre giorni e una vita” di Pierre Lemaitre: esistenze condannate.

A volte anche le vite più tranquille vengono colpite da un improvviso scherzo del fato, che pare divertirsi a complicare le trame esistenziali senza curarsi del carico di dolore che porterà con sé. É ciò che accade nel noir psicologico di Pierre Lemaitre, Tre giorni e una vita pubblicato da Mondadori nel 2016 (Ed.or. Trois jours et une vie, ed. Albin Michel, 2016). A lungo insegnante di letteratura e vincitore del Prix Goncourt 2013 con Ci vediamo lassù (Ed.or. Au revoir là haut), Lemaitre riesce a catturare l’attenzione del lettore sin dalle prime pagine grazie a una crescente spirale di angoscia, pur mantenendo uno stile a tratti scarno e una trama relativamente semplice.

Le vicende narrate si svolgono a Beauval, piccola cittadina francese dove tutti si conoscono, alla soglia del terzo millennio. Il protagonista, il dodicenne Antoine, è un ragazzino come gli altri, pieno di vita e di energia, che passa il tempo a giocare per i boschi di Beauval con i suoi compagni e amici. Ancora non sa che, proprio in quei boschi tanto amati, simbolo di libertà e spensieratezza, accadrà qualcosa che segnerà la sua esistenza, forse compromettendola in modo irrimediabile. Figlio di genitori divorziati, Antoine aspetta ogni anno dal padre lontano una Playstation che non arriva, fors’anche per il veto della madre, perché ”quella roba lì rincretinisce”. Meglio uscire, dice la madre, giocare come si faceva una volta. Paradossalmente, sarà proprio nei boschi, all’aria aperta e salutare, costruendo una capanno sull’albero, che Antoine cadrà nella trappola tesagli inspiegabilmente del fato. È lì, nella tranquillità anonima di un pomeriggio di dicembre, che la sua vita si scontra con quella del suo piccolo amico di sei anni Rémi Desmedt.

Alla fine di dicembre del 1999, una serie singolare di fatti tragici si abbatté su Beauval, il più terribile dei quali fu sicuramente la scomparsa del piccolo Rémi Desmedt. In questa regione fitta di foreste, soggetta a ritmi lenti, l’improvvisa sparizione di quel bambino fece scalpore e venne persino considerata da molte persone del posto come il segno premonitore di catastrofi future.

Tre giorni e una vita non è solo il racconto della tragica scomparsa del piccolo Rémi, ma soprattutto un dramma psicologico, quello del giovane Antoine, “condannato” a mantenere per sé un segreto inconfessabile. Non è solo la paura o la vigliaccheria a frenare Antoine. Certo, è terrorizzato, non riesce a capacitarsi degli eventi in cui è stato coinvolto, ma vorrebbe, in un certo senso, liberarsi dal fardello che porta. Tornare l’innocente bambino che era non è possibile, ma forse può ancora salvarsi. Eppure, tutto sembra remare contro di lui. Sua madre, che forse intuisce nel malessere del figlio qualcosa di più della semplice preoccupazione per l’amico scomparso, preferisce voltarsi dall’altra parte, desiderosa di mantenere il fragile equilibrio instaurato negli anni, con il figlio e con Beauval.

Anche il cielo sembra mettersi contro Antoine, letteralmente, contribuendo ad allontanare il momento della verità. Una tempesta di vento e pioggia sta per abbattersi su Beauval, forse la più violenta degli ultimi decenni, rischiando di cancellare ogni traccia. Che cosa ne sarà di Rémi? Chi si addentrerà nei boschi semi-distrutti alla ricerca del piccolo? Di fronte alla catastrofe naturale incombente, anche la tragica scomparsa di un innocente rischia di passare in secondo piano. Il disastro imminente e inatteso si sommerà allora alla tragedia, causando il superamento di un punto limite, sovraliminale, oltre il quale le preoccupazioni della comunità, messa in ginocchio, hanno la meglio sulla singola tragedia.

Da una parte, il noir di Lemaitre si inserisce nel filone di libri e film che riprendono e raccontano gli spesso irrisolti casi di cronaca in cui bambini e adolescenti scompaiono nel nulla, come inghiottiti da forze trascendenti che non lasciano traccia. Viene in mente, ad esempio, un altro best-seller degli ultimi anni, La verità sul caso Harry Quebert, il thriller dello svizzero Joël Dicker incentrato sulla scomparsa della piccola Nora. Ma anche, per il grande schermo, il film Prisoners di Denis Villeneuve, con cui non mancano i punti di contatto. Piccole cittadine, piccoli e grandi momenti di felicità e festa che si tramutano in tragedia, distruggendo famiglie e intaccando la fiducia nel prossimo. Ma Tre giorni e una vita riesce sicuramente ad aggiungere al filone un punto di vista originale. Se nei due casi appena citati il lettore è tenuto sulle spine per buona parte della narrazione e può solo intuire chi siano i responsabili dei misfatti, nel noir di Lemaitre il lettore è al corrente della verità sin dall’inizio. Proprio in questo aspetto sta la forza del libro, che non lascia vie di fuga. La nuda e cruda verità di quel tragico pomeriggio di dicembre si erge come un muro e il lettore sa che da quel momento in poi la vita di Antoine e le vite degli abitanti di Beauval sono entrate in un vicolo cieco. Il giorno della scomparsa di Rémi, d’altronde, anche l’Antoine spensierato scompare, lasciando il posto a un adolescente che sarà presto un uomo tormentato e perseguitato dai sensi di colpa. Ciò che spaventa il lettore e lo tiene attaccato al libro, in fondo, è quella banalità del male che che segna le vite dei protagonisti, innescando un circolo vizioso di menzogne e paure non arginabile.

Possono bastare tre giorni per cambiare la vita di un dodicenne? Bastano cinque minuti o forse meno. Cinque minuti che Lemaitre ha saputo raccontare in modo non banale, in un libro caldamente consigliato non solo agli amanti dei thriller, ma anche a chi cerca tramite la letteratura di addentrarsi nei meandri della psiche umana.

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