Piazza Italia, Giorgio de Chirico

Giorgio de Chirico, Piazza Italia, 1960

Il giorno della fine del mondo mi svegliai presto, disturbato da una strana luminosità. Sdraiato nel letto, restai immobile per qualche minuto, con gli occhi socchiusi. La sveglia sul comodino segnava le sei, ma non riuscii a interpretare la posizione delle lancette e mi limitai a fissarle cercando di mettere a fuoco il quadrante. Era mattina, non c’erano dubbi, ma qualcosa stonava, come se i mobili della camera avessero d’un tratto assunto forme nuove, incuneandosi in strane prospettive. La stanza, normalmente attraversata da un denso pulviscolo, pareva priva di vita, vuota e, allo stesso tempo, carica di un’aura pestilenziale.
Sdraiato sul fianco, guardai verso la finestra. Oltre i vetri sottili, tra le righe orizzontali delle gelosie, un bagliore inquietante squarciava la penombra della stanza. Mi girai dall’altra parte, fissando il letto sfatto e le lenzuola stropicciate. Maria se n’era già andata, ma allungando la mano potei sentire quel che restava del suo calore. Non mi ero accorto della sua partenza. Era così Maria, non c’era verso di farla restare a letto a lungo. Anche i sabati e le domeniche, trovava sempre qualche scusa per sgusciare fuori di casa con le prime luci dell’alba per tornare nel suo appartamento. Forse amava camminare da sola per le strade e le piazze deserte. Forse non mi amava abbastanza.
Mi misi a sedere sul letto, annusando l’aria, sforzandomi di sentire il profumo familiare del caffé, ma non ci riuscii. “Che Maria non abbia preso il caffé prima di andarsene?”. Quella constatazione mi atterriva, ma suggeriva anche ipotesi alternative e balzane. “Devono essere le sei di pomeriggio, devo aver dormito tutto il giorno”. Con la mano destra mi toccai la spalla sinistra e iniziai a far ruotare il braccio in avanti, facendo scricchiolare volutamente le ossa. Provai a ripetere lo stesso esercizio con l’altro braccio, pur sapendo che non ci sarei riuscito. Avevano tolto il proiettile, ma non il dolore. Quello me lo sarei portato dietro tutta la vita, insieme al ricordo di una guerra insensata.

Alzandomi, un leggero giramento di testa mi assalì, condito da un riflusso gastrico dovuto ai troppi bicchieri della sera prima. “No, non è possibile, non posso aver dormito così tanto…”. La serata al jazz club era passata senza intoppi. Ero arrivato tardi, bagnato fradicio e irritato. Due drink erano bastati a rilassarmi e lasciarmi andare alle note della jam session, scambiando giusto poche parole con Maria. A dire il vero, qualcosa era successo. Al bancone, mentre stavo ordinando due gin tonic, avevo scorto tra la folla rumorosa ed elegante un volto noto. Sul viso gonfio, due occhi penetranti, capelli scuri e naso adunco. Sulla tempia sinistra, una cicatrice rossastra. Avevo lasciato i cocktail sul bancone, ignorando il barista, per raggiungerlo. L’uomo, che poco prima mi aveva fissato dritto negli occhi, si era voltato, scomparendo tra gli impermeabili umidi verso l’uscita. Mentre mi dirigevo verso la porta, ero stato intercettato da un collega, che aveva voluto a tutti i costi conoscere Maria…
In piedi davanti all’armadio, ripensai a quel volto, a quella cicatrice. Forse, se fossi uscito un attimo dal locale, l’avrei trovato mentre fumava una sigaretta. Un vecchio compagno di università? Forse invece mi era sbagliato, scambiandolo per qualcun altro.
Mi osservai allo specchio, evitando di aprire le gelosie, come a voler prolungare quell’intimo risveglio, desideroso di scacciare la realtà ancora per un po’. Passai la mano sulle guance, sulla barba ruvida di tre giorni. In canottiera e mutande, andai in bagno, rallegrandomi della temperatura insolitamente piacevole delle piastrelle a contatto coi miei piedi nudi. Mi rasai accuratamente, cercando di ripulire via la sensazione di stordimento che mi attanagliava. Prima però, mi chinai sul lavandino, abbracciandolo, per bagnarmi la testa. Lasciai fluire l’acqua sui capelli corti, quasi rasati, e mi accorsi che non era affatto gelida come mi sarei aspettato. In effetti, non solo l’acqua, ma il bagno e la camera erano immersi in un calore anormale. Toccai il termosifone. Spento. “Sto male, ho la febbre”. Pensai alla giornata che mi attendeva. Alle otto sarei andato in ufficio a studiare, avrei risposto a qualche lettera urgente, scarabocchiato qualche appunto per il libro. Poi sarei andato a lezione. Magari sarebbe passata anche Maria, mescolandosi tra gli studenti. Dalla cattedra, avrei evitato il suo sguardo, concentrandomi sulla prima fila…

Sotto la doccia, mi ripresi lentamente e mi sentii nel pieno delle mie forze. Tornato in camera in accappatoio, mi decisi finalmente ad aprire la finestra per cambiare aria. Prima di affacciarmi al davanzale, presi dal posacenere una sigaretta senza filtro già iniziata. Fuori, tutto era come sempre. La statua centrale manteneva le sue proporzioni, dandomi le spalle. Le due ciminiere sputavano fumo nero e denso. I tetti rossi delle case si stagliavano disordinati sino alla montagna, conferendo al paesaggio un aspetto quasi mediterraneo. Tutto era come sempre, ma l’alba pareva un afoso crepuscolo. Dalla statua si dipanava una lunga ombra, così come dal porticato alla mia destra. Le ombre attraversavano l’intero spiazzo, scontrandosi con il porticato opposto, inglobandolo. Seguii con lo sguardo la proiezione della statua, poi risalii verso l’alto, spostandomi lungo la linea ordinata del tetto. Fu allora che notai il cielo. Inspirai una boccata di fumo profonda e percepii nuovamente l’insolita calura dell’aria. Oltre le montagne, brillava una luce gialla e spettrale, che non avevo mai visto in vita mia. “È forse un’alba questa?”. Più su, il cielo si tingeva di un verde scuro e indefinito.
Continuai a fumare fissando quello spettacolo, consumando la sigaretta fino alle dita. Ero spaventato, ma non volevo ammetterlo. Non era tanto il cielo, coi suoi colori tenebrosi. Mi atterriva invece l’irrazionale sensazione che il giorno sarebbe presto finito. Accesi un’altra sigaretta, pensando che forse sarebbe stata l’ultima. Anche il fumo, salendo al cielo, pareva rallentato da forze misteriose, in un processo in cui la realtà stessa perdeva consistenza.
Mi accorsi infine che la piazza non era vuota. Due uomini, alla mia sinistra, forse due impiegati statali o due uomini d’affari, si stringevano la mano nei loro completi troppo usati. Avevano appena concluso un affare, in quella strana alba, indifferenti al destino del mondo. Oppure semplicemente si erano dati appuntamento prima di andare in ufficio, per incontrare un cliente importante. Il terzo uomo, alla destra della statua, stringeva una cartella in cuoio sotto il braccio. Pareva assorto, disperato, come se l’avessero gettato fuori da uno squallido bordello con le prime luci del giorno. Fissava, così pareva, l’iscrizione incisa sulla base della statua. Qualunque cosa vi fosse scritta, forse per lui suonava come una condanna. Pareva un uomo che avesse appena fatto bancarotta.
Osservai ancora il fumo della sigaretta, sempre più inconsistente. Poi guardai quegli uomini e la sigaretta mi cadde di mano, giù dalla finestra. Ora tutti e tre mi parevano fantasmi immobili, immersi in una realtà senza suono. Fissai meglio l’uomo solo alla mia sinistra, fermo e appoggiato sulla gamba destra e riconobbi in quel volto disperato, sotto i capelli, il marchio di una cicatrice. Solo allora capii definitivamente che tutto stava davvero per volgere al termine.
Tornai con la mente a vent’anni prima, alla trincea e a quella giornata maledetta in cui avevo rischiato di morire. Lui era letteralmente piovuto su di me, urlando, penetrando tra le nostre linee con i suoi compagni di reparto. Per un istante ci eravamo fissati increduli, poi erano partiti due colpi e lui era caduto a terra, la tempia trapassata da un proiettile. Ferito, mi ero accasciato su di lui, sentendolo respirare per la prima e ultima volta. Avevo combattuto per anni con quei ricordi da incubo, ma ero sopravvissuto. Ero sopravvissuto. Portai la mano sulla spalla sinistra, lì dove il suo proiettile mi aveva trapassato.
Ora, dopo decenni, eccolo lì, davanti a me in un anonimo completo con una cartellina in cuoio sotto il braccio. Prima al club, poi nel silenzio assordante di quell’alba infinita. La sua presenza in quella piazza non lasciava alcun dubbio circa il mio destino e quello dell’umanità. Presto la luce sarebbe esplosa in ogni direzione, svelando la natura illusoria della realtà. Lui non era che un messaggero inconscio del corso delle cose, un morto venuto a turbare il mio risveglio e la mia routine. “In questo momento anche Maria, tornando a casa, incrocia forse un amico morto da tempo…”.
Poi lo scenario della piazza mutò. La locomotiva ne squarciò il silenzio, oscurando il cielo col fumo nero e acre. I tre uomini in piazza non si mossero affatto, come se le vibrazioni di quella macchina non potessero più raggiungerli. In effetti, fissandoli bene, capii il perchè. Attraverso i loro corpi, a livello del petto s’intravedeva la linea del muretto che separava la piazza dalla ferrovia. Di quel groviglio di nervi e sangue non restava che l’ombra. Di lì a poco, i tre uomini sarebbero scomparsi e io con loro. “No, decisamente questa non è un’alba qualunque”.

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