A Bigger Splash, David Hockney

David Hockney, A Bigger Splash, 1967.

Dustin era sdraiato a bordo della piscina. Una mano a sfiorare l’acqua, l’altra a reggere un bicchiere di cognac. Odiava il cognac, non importa quanto ghiaccio ci mettesse per allungarlo. Ma a Mary Anne piaceva, le piaceva perché non avrebbero potuto berlo, perché aveva sottratto la bottiglia dalla riserva personale di suo padre, perché era l’ultimo gesto della sua ribellione alla famiglia. Dustin era parte integrante della rivolta, il compagno di classe bello e dannato, quello che dopo la scuola passava i pomeriggi a suonare il basso nel vecchio garage di casa, giubbotto di jeans, Converse slacciate, e una lattina di Bud sempre a portata di mano. Mary Anne era perfetta, i capelli lisci e biondi, un viso dai tratti dolci e un fisico allenato da anni di ginnastica artistica. Da quando aveva iniziato la sua personale lotta aveva aggiunto un leggero filo di trucco scuro che metteva ancora più in risalto gli occhi, li faceva più grandi, più azzurri. La volevano tutti, in classe e nella scuola, così quando lei aveva deciso che Dustin sarebbe stato il suo ragazzo lui aveva risposto con un lungo bacio, nel corridoio, dove tutti potessero vederli. Era bella, Mary Anne, era ricca, era intelligente. E ora voleva fare la rivoluzione. Basta con i privilegi garantiti dai soldi di famiglia, basta con la compostezza e il decoro, basta con le regole e i divieti. Dustin doveva essere la prova più evidente che il suo progetto era molto personale, che le sue idee andavano prese sul serio. Per un po’ ci aveva creduto anche lui, si era fatto trascinare dalla sua bellezza, dalla sua energia. Così avevano perso la verginità nel letto di mogano dei genitori di lei, avevano scritto qualche oscenità sui muri della scuola con le bombolette spray, avevano passato una giornata intera a fumare erba al luna park. Poi qualcosa aveva iniziato a rompersi, come una prima crepa su un piano di vetro. I gesti di Mary Anne diventavano sempre più sciocchi, più eccessivi. E inevitabilmente Dustin iniziò a interrogare anche i suoi, di gesti, le sue scelte, le sue convinzioni. All’inizio aveva provato a rimediare, a chiederle (o chiedersi?) perché faceva quello che faceva, ma aveva ottenuto sempre le stesse risposte, parole vuote ripetute in ordine diverso. Un pomeriggio, mentre facevano sesso, con Mary Anne che gridava sempre più forte in modo da farsi sentire dai suoi genitori, lo sguardo di Dustin cadde sul grande specchio che stava sulla parete di fronte al letto. E non capì che cosa stesse succedendo, chi fossero quella ragazza che urlava e quel ragazzo che ripeteva movimenti meccanici senza provare alcun piacere. Si cercò gli occhi senza trovarli, non riconobbe quasi nulla del suo corpo. Si spaventò, e gli sembrò di vedere due crepe profonde nel vetro dello specchio, una grande croce che minacciava di espandersi sempre di più e scoppiare. Così si sfilò da Mary Anne, raccolse i suoi vestiti da terra e uscì di corsa dalla stanza, giù per la scala a chiocciola e poi fuori da quella casa, da quel cortile. Mentre correva sentì le risate di Mary Anne alle sue spalle. Lo stava seguendo, anche lei nuda, e rideva, lo chiamava, rideva ancora, pensava fosse un altro gesto di sfida, un’altra provocazione.
La mattina successiva fu lei a svegliarlo, sventolandogli davanti alla faccia le chiavi dell’auto che aveva rubato a suo padre e quelle della loro casa in California. Dustin era disgustato da quei gesti vuoti, inutili, ma era senza forze, troppo spaventato dalle crepe del giorno prima per opporsi. Si lasciò trascinare in macchina, ma non parlò per tutto il viaggio. Di tanto in tanto cercava il suo riflesso nello specchietto retrovisore, senza trovarlo. La casa al mare di Mary Anne era un sogno, uno di quei classici villini californiani in cui ogni dettaglio è simbolo di ricchezza. C’era una strana quiete lì, nessun rumore dalle case vicine, neanche un soffio di vento a smuovere le palme in giardino o increspare l’acqua della piscina. Mancavano pochi giorni a Natale, dopotutto, nessuno vorrebbe passare il Natale in un posto in cui c’è sempre il sole. Mary Anne scese di corsa dalla macchina e cominciò a girare freneticamente, a progettare nuovi modi per infrangere le regole. Prese una bottiglia di cognac dal mobile dei liquori di suo padre e ne fece due bicchieri colmi. Dustin invece si sdraiò sul bordo della piscina a guardare il cielo, sfiorando l’acqua con un dito e buttando giù lunghe sorsate di quel liquido che gli bruciava la gola. Si sentì come Ben del Laureato. “Che cosa fai lì, Ben?”. “Direi che sto andando alla deriva, qui in piscina.” Ma Dustin era immobile, non sapeva neanche in che direzione andare alla deriva. Allora muoveva solo la punta del dito a formare piccoli cerchi nell’acqua. I cerchi non erano crepe, erano creati da lui, controllabili, e sparivano in fretta, senza conseguenze. Mary Anne continuava a muoversi dentro e fuori dalla casa, spostava oggetti, parlava, a volte con lui a volte da sola. Dustin bevve tutto il cognac rimasto, la testa cominciava a girare. A ogni giramento corrispondeva un cerchio nell’acqua e un pensiero, sempre più veloce. Chi sono io? Un cerchio. Che cosa voglio? Un altro cerchio. Che cosa mi rende felice? Un cerchio enorme smosse l’acqua di tutta la piscina. Dustin si alzò spaventato, guardandosi il dito, sentendolo estraneo. Ma era Mary Anne, che aveva preso a tuffarsi. Urlava e rideva e lo chiamava per nome. Quando riuscì a focalizzare lo sguardo su di lei si stava appoggiando al bordo della piscina, facendo leva sulle braccia per uscire dalla vasca e correre a tuffarsi di nuovo. Uno, due, tre, rincorsa e tuffo. Ancora e ancora. Fu alla quinta o sesta volta che Dustin si accorse delle crepe. Ora erano sulla superficie dell’acqua, molte di più delle due che ricordava, tutte intrecciate le une con le altre, come una ragnatela. Ogni volta che Mary Anne si tuffava aumentavano, si allargavano, diventavano più profonde. Provò a fermarla, a dirle che era pericoloso, ma lei lo prese in giro e si sentì ancora più incitata, ancora più desiderosa di infrangere tutti gli ordini, anche i suoi. Così saltellò fino al limitare del giardino con un sorriso di sfida, prese una bella ricorsa, e fece un tuffo più alto e potente dei precedenti. E questa volta la superficie dell’acqua non resse, le crepe si unirono, e poi esplosero, sollevando una gran quantità di schizzi. Dustin si accovacciò a terra, le braccia sulla testa per proteggersi dalle schegge, le mani sulle orecchie per attenuare il boato. Restò così per alcuni secondi, sentendo solo il suo cuore pulsare. Poi si accorse dei tocchi leggeri sulla pelle. Aprì gli occhi e si alzò in piedi. Nevicava. Tutto era al suo posto, il sole, le palme, la sdraio a bordo piscina. Ma nevicava. Fiocchi grandi che si posavano con leggerezza sul suo corpo, sul giardino, sull’acqua. Le crepe erano scomparse, e con loro anche Mary Anne, non riusciva a vederla da nessuna parte. Vagò con lo sguardo dal fondo della piscina alla parte visibile della casa, ma rapidamente. Aveva paura che comparisse di nuovo. Quando fu sicuro di essere da solo spalancò le braccia, alzò il viso verso il cielo, assaggiò un fiocco di neve sulla punta della lingua. Quel tocco gelato riattivò i nervi in tutto il corpo, lo sentì suo, pronto a fare qualsiasi cosa. Poi un angolo della sua mente iniziò a pulsare, sempre più forte, seguendo il tempo scandito da una batteria. Dopo pochi secondi arrivò anche la melodia, e infine la voce. We’re talking away. I don’t know what I’m to say I’ll say it anyway. Today’s another day to find you. Shying away. I’ll be coming for your love, okay? I piedi e la testa si stavano muovendo a tempo, e Dustin li assecondò. Tutto il corpo rincominciò a muoversi, a ballare seguendo il ritmo della musica. Take on me. Dustin cantava, rivolto a se stesso. Take me on. Girava, Dustin, cantava, rideva, saltava, cercava di prendere i fiocchi di neve con le dita. Non ricordava l’ultima volta che aveva riso così tanto. Continuò a ballare seguendo tutto il perimetro della piscina. Arrivò di fronte al trampolino, continuando a ridere. Lo guardò per alcuni secondi, non sapeva cosa aspettarsi. Controllò che non ci fossero crepe, ma la neve ormai ricopriva ogni cosa. I’ll be gone in a day or two, cantò. Poi fece un lungo respiro, prese la rincorsa, e si tuffò.

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