Day and Night, Maurits C. Escher

Maurits Cornelius Escher, Day and Night, 1936

Quando entrò nella cella, il cibo era ancora tutto lì. Lo aveva lasciato sei ore prima, un piatto di terracotta con dentro della zuppa fumante, una pagnotta e una brocca d’acqua. Ora, dal piatto non saliva alcun vapore. Avanzò in silenzio, appoggiò sul tavolo la razione nuova e mise sul vassoio quella vecchia. Erano cinque giorni che si ripeteva sempre la stessa scena, solo l’acqua veniva consumata. Stava per uscire e richiudere in silenzio la porta, quando qualcosa lo invitò a rimanere. Premura, forse. Possibile? Dopotutto era una sua prigioniera. Suo padre gli aveva ordinato di rinchiuderla in quel luogo isolato e buio e sorvegliarla, senza farsi prendere dalla pietà, e lui aveva eseguito. Mise il vassoio a terra, tornò al tavolo e si sedette sulla sedia, troppo piccola per la sua stazza. Appoggiò i gomiti alle ginocchia, raccolse le mani come fosse in preghiera.
“Devi mangiare,” disse.
Agrilde non rispose. Continuò, supina sul letto, a fissare il soffitto di quella stanza grande, ma spoglia e umida.
“Se non arrivi viva dal re, sul tuo patibolo ci salirò io.”
Ancora silenzio.
“Anche se capisco che la mia morte non ti importi,” concluse, passandosi una mano tra i capelli ricci e corvini.
Finalmente, la giovane si mosse. Si mise a sedere sul letto sfatto e fissò il soldato negli occhi. Il suo incarnato era pallido, le occhiaie accentuate, i capelli color oro sporchi e pesanti, che le ricadevano sul viso come un lurido sipario di un vecchio teatro. Al giovane sembrò che quegli occhi viola luccicassero all’incontro con i suoi, che qualcosa in lei si rianimasse, il bagliore in un guizzo di pesce nell’acqua del ruscello.
“Ti darei l’occasione di morire per una grande causa, di avere una grande gloria,” disse in tono sarcastico, ma lento e stanco. “Non temere, non morirò. Andremo dal tuo re. Quanti giorni di viaggio saranno?” chiese.
“Otto.”
Si alzò dal letto, si sedette al tavolo. Cominciò a mangiare, il soldato la osservò sorpreso.
“Visto? Sto mangiando.” Doveva avere molta fame, ma si trattenne dal consumare la cena con foga. Portò alla bocca un cucchiaio dopo l’altro, lentamente. “Se il tuo re mi ucciderà, il sole non sorgerà mai più, da nessuna metà dell’isola, né dalla sua, dove già non si vede, né dalla mia. Non capisce che la sua gente sta morendo? Presto non ci sarà più cibo. Dimmi un po’, come ti chiami?”
Il soldato fuggì il suo sguardo. “Palmiro.”
“Palmiro,” ripeté, scandendo le sillabe e strappando un pezzo di pane. Bevve un sorso d’acqua, continuò. “Mancano dieci giorni al termine dell’anno solare. Se domani partiamo, dubito che riuscirò a convincere il tuo re della pazzia che sta facendo in soli due giorni.” Rise. “Come se ‘giorno’ significasse ancora qualcosa. Hai idea di che condanna sia vivere senza buio, nemmeno per un secondo? Se ci penso, sono contenta di essere in questa topaia. Posso dormire.”
“Quasi quanto vivere senza luce, principessa,” rispose a bassa voce il soldato. Prese coraggio e la osservò. Il suo aspetto era logorato dalla stanchezza, ma era bella. Eccome, se lo era. Quando l’aveva catturata, quasi ne era rimasto abbagliato, tanto che aveva pensato di lasciarla andare. Gliene avevano parlato, della sua grazia. La principessa Agrilde della casata di Arnim. Da quando suo padre, re Lercore, era morto per quella congiura, era iniziata una guerra che tutti i sacerdoti annunciavano da tempo.
“Cosa succederà quando finirà l’anno solare? È vera la profezia?”
Agrilde terminò la zuppa, posò il cucchiaio, poi lo fissò dritto negli occhi, pupille nere come la casata per cui combatteva. Sorrise teneramente, quasi dovesse consolare un bambino.
“L’isola soccomberà. La casata che muore porta con sé il suo elemento. Se il tuo re Matrin mi ucciderà, nessuno vedrà più un raggio di sole. La vita si spegnerà. Moriremo tutti. Viceversa, se io potessi ucciderlo, la luce brucerebbe l’isola intera fino a renderla invivibile. È scritto.”
Il soldato annuì, increspò le labbra. Si alzò dalla sedia.
“Partiremo domani all’alba. Riguardati,” le disse, e volse le spalle per uscire dalla cella. Un movimento troppo veloce sollevò leggermente la sua mantella nera, che sventolò lasciando intravedere un tatuaggio sul suo avambraccio nudo.
“Tu sei il principe Calvin, il figlio di Matrin. Mi hai mentito!” esclamò la principessa, e Calvin si arrestò. “Pensavo fossi morto,” aggiunse.
“Lo sarò, principessa, se mio padre non ti avrà ai suoi piedi a breve,” rispose in tono pacato, riservandole un lieve sorriso. Agrilde si avvicinò a lui e rimasero entrambi in piedi, uno di fronte all’altra. La principessa scostò la mantella e osservò il tatuaggio dello stemma di Folcrin, passandoci sopra le dita. Due triangoli vicini sino a formare un quadrato, a dividerli uno scettro a testa di civetta, regina della notte. Con i suoi occhi viola cercò lo sguardo del giovane, che non tentò di sfuggire alle sue lacrime, due gocce lente e brillanti che si trascinavano giù per gli zigomi. Una approdò tra le sue labbra secche.
“Tu… Tu lo sai che è ingiusto,” singhiozzò.
Calvin sospirò e istintivamente le accarezzò una guancia. Portò le sue dita sotto il mento di quel viso ovale ed esile, pallido e stanco, ma bello, ancora, inspiegabilmente.
“Testa alta, Agrilde. Non siamo nessuno per fermare la storia,” le sussurrò, e poi se ne andò dalla cella.
La principessa rimase lì, in piedi in mezzo alla stanza, si guardò intorno, come se fosse appena arrivata lì dentro, e non avesse mai notato lo scarno arredo della cella. Nell’angolo, c’era un enorme catino. Un’energia improvvisa la invase, corse alla porta e cominciò a battere i pugni.
“Qualcuno mi porti dell’acqua, voglio lavarmi!” gridò. “Mi sentite, voglio lavarmi!”
Una voce baritonale giunse dal corridoio. “Ho avvisato la guardia. Provvederà.”
Agrilde annuì come se qualcuno potesse vederla. Tornò a sedersi sul letto, in attesa. Calvin aveva ragione, la storia non si può fermare. Ma si può cambiare. Si ricordò del sacerdote Selton.
“Mi state dicendo che l’isola è destinata a cadere nell’oblio? Abbiamo causato una guerra che non possiamo arrestare?”
“Principessa, c’è solo un modo per non uccidere. Tenere la spada nel fodero.”
Pensò a Calvin, ai suoi occhi neri come la pece, alla sua pelle olivastra, alle mani gentili, alle spalle larghe per portare pesi che rifiuterebbe volentieri. Allo stemma, quella parte di sé innegabile, che le aveva nascosto.
A volte, l’unica speranza è credere intensamente che le cose non siano così irreparabili come sembrano. È quello che fa l’amore.
Aveva otto giorni davanti a sé per spiegarglielo.

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