La collina che non c’è

“Già in altri tempi si diceva la collina come avremmo detto il mare o la boscaglia. Ci tornavo la sera, dalla città che si oscurava, e per me non era un luogo tra gli altri, ma un aspetto delle cose, un modo di vivere. Per esempio, non vedevo differenza tra quelle colline e queste antiche dove giocai bambino e adesso vivo: sempre un terreno accidentato e serpeggiante, coltivato e selvatico, sempre strade, cascine e burroni. Ci salivo la sera come se anch’io fuggissi il soprassalto notturno degli allarmi, e le strade formicolavano di gente, povera gente che sfollava a dormire magari nei prati, portandosi il materasso sulla bicicletta o sulle spalle, vociando e discutendo, indocile, credula e divertita” (Pavese, La casa in collina).

Rimbalzando fra i tetti e scansando antenne paraboliche si arriva a vedere, dalla finestra della mia camera, qualche stralcio di collina. Ieri era tutta bianca, dopo la nevicata, oggi è già tornata grigio-blu, con qualche rara chiazza candida. Voglio andare a pestare quel po’ di bianco prima che sparisca. Così nonostante il cielo si disfi in gocce leggere, metto le scarpe e esco. Cammino veloce fra le strade del quartiere, supero un corso grande e rumoroso, il ponte sul fiume con la sua fila di macchine, un altro corso da attraversare, poi inizio a salire. La strada è asfaltata ma poche macchine la percorrono: per lo più SUV o fuoristrada che si inerpicano in cerca dei loro garage in collina. La via è in realtà un percorso obbligato fra le grandi ville, più recenti o più antiche – alcune del XVI secolo – che guardano la città dall’alto ma che quasi mai si fanno guardare. Sono tutte nascoste dietro grandi cancelli, ringhiere, reti su cui spesso vengono fatti crescere dei rampicanti. Una in particolare mi colpirà al ritorno: all’ingresso c’è un arco in pietra, riempito da un cancello quadrettato. Oltre, lontano, si intravedono montagne: mi sembra che i proprietari della villa abbiano messo quella cornice segmentata come gentile concessione ai passanti, che godano un po’ della loro privata veduta.

Presto mi rendo conto di aver sbagliato, volevo puntare più a sud. Ma è impossibile recuperare la direzione, perché tutto è diviso secondo le regole precise di appezzamenti, asimmetricamente recintato, controllato: l’unica è seguire la strada asfaltata che sale.

Non incontro nessuno. In compenso è pieno di cartelli: vietato l’accesso, area sottoposta a videocontrollo permanente; mi colpisce un proprietà privata su un cancello che raccoglie solo foglie, edera e alberi.

Curva, poi uno spiazzo e una chiesa (San Vito) con una macchina. È ferma ma tiene il motore acceso, non si vede il guidatore. È passata più di mezzora dalla partenza ma finalmente trovo terra e fango e neve sciolta su cui posare i piedi. Scivolando salgo un po’ e mi volto: la chiesetta in mattoni rossi ha la città ai suoi piedi. Dal tetto del caseggiato retrostante spunta una protesi oscena: è il grattacielo della Regione, che ammicca a intermittenza come una gigantesca insegna natalizia fuori tempo. In fondo, le Alpi si perdono nella nebbia.

Arrivo alla cascina Bert, scopro che qui anticamente esisteva una torre di controllo, distrutta durante la II GM. Leggo degli esperimenti radio dei fratelli Judica Cordiglia. L’antica cascina è stata ristrutturata ed è usata dall’Associazione ProNatura, che cura anche i sentieri che mi permetteranno di scendere nuovamente in città. Ai piedi della cascina, lungo la strada, c’è una grande area delimitata da grate. È su queste che leggo, più volte ripetuto a distanza di qualche metro, “Attenzione questa area è difesa da cani da guardia addestrati. Non avvicinarsi, non entrare”. Tutto è recintato e oscurato; in alto, a intervalli regolari, svettano telecamere. Non capisco di cosa si tratti: da poco più su non si vede nulla se non due grandi caseggiati, alcuni muri, forse usati per coltivare. Lungo le grate sono piantati alberi, per ora bassi: quando saranno cresciuti, cosa nasconderà di prezioso questa piccola fortezza? (Più tardi, a casa, guardo Google Maps. Via satellite si vede uno stato dei lavori molto meno avanzato: paradossalmente dal computer si può sbirciare l’area molto più liberamente che dal vivo). Si sente un cane abbaiare. Fra gli alberi, un improvviso e prolungato verso di uccello: sarà il cielo grigio ma di colpo mi chiedo cosa possa far scegliere di vivere in un posto così. O di vivere così in un posto.

Inverto il senso di marcia. Qualche curva più sotto, dove il sentiero si ricongiunge alla strada trovo una villa abbandonata. È enorme e bellissima. Entro nel cortile, ci sono ancora i cassonetti della differenziata ben disposti in fila. Un pozzo in ferro battuto, poi la pedana per facilitare uno degli ingressi. Porte e finestre sono spalancate. Tutto ha l’aria di essere nuovo, morto prima dell’uso.

Scendendo noto diverse pensiline ma non incrocio mai il pullman. Attraverso diversi parchi, la città sembra lontana, se non fosse per le molte auto parcheggiate nei piazzali. In quello dedicato a Leopardi mi imbatto in cani, a passeggio coi loro padroni.

 

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