Il pranzo di compleanno

“Mi piace,” disse.
“Giura.”
“Giuro. Poi oh, non ho proprio un palato delicato, se ti dico quello che mangio di solito, ma con ‘sta roba tua madre sarà fiera di te. Attenta, se poi pensa che sei bravissima viene sempre a mangiare e non te la scolli più.”
Lea gli sorrise, mentre lui si puliva la bocca con il tovagliolo e scivolava sulla sedia, assumendo la posizione del liceale annoiato all’ultimo banco. Per un attimo, tra loro ci fu silenzio.
“E quindi, tu cosa fai di bello? A parte fingere di saper cucinare,” le chiese. Tirò fuori il tabacco dalla tasca della felpa e cominciò a girare una sigaretta. “Posso?”
Lea si alzò per aprire la finestra della cucina. “Sì, ora sì. Nella vita non faccio niente di sorprendente. Ho un lavoro ordinario che mi permette di pagare queste quattro mura. Per te deve essere diverso, immagino. Voglio dire, vivi della tua musica.”
Jacopo accese la sigaretta e aspirando si strinse nelle spalle. “Dipende,” rispose. “Hai pensato che fossi un tipo fortunato ieri mattina?”
Ieri mattina. Quando l’aveva visto per la prima volta, nonostante abitasse in quel palazzo da ormai due mesi. Si era tirata dietro la porta di casa alle sette, prima del solito. Era curvo sulla sua serratura ad armeggiare con le chiavi, proprio dall’altro lato del pianerottolo. Dondolava, poi aveva perso l’equilibrio, si era appoggiato al muro.
“Posso aiutarti? Ti senti bene?,” gli aveva chiesto.
Si era voltato verso di lei a fatica. “Non riesco a… ficcare la chiave, cazzo,” aveva risposto farfugliando.
Aveva attraversato il corridoio, senza dire nulla gli aveva sfilato le chiavi dalle mani e aperto la porta. “Un giorno con mia nipote ho incontrato per le scale quello che abita al tuo piano. Lei gli ha chiesto l’autografo, ho dovuto pure fare una foto, tre volte perché mi veniva sfocata. Tu lo conosci? C’avrà la tua età!,” le aveva detto pochi giorni prima la signora di sotto, quella che le ritira i pacchi Amazon quando lei non c’è. No, Lea proprio non l’aveva mai incrociato, perché i loro orari erano più che diversi, opposti, ma quando tornava a casa durante la pausa pranzo lo sentiva suonare.
La porta era aperta, ma lui rimaneva immobile sulla soglia. Lea aveva avvertito un rumore di stomaco, tipo un conato. “Devo vomitare,” le aveva detto, allora lo aveva condotto dentro casa di corsa, individuato il lavello della cucina, afferrato i capelli e ficcato la testa dentro. Poi l’aveva aiutato a stendersi sul divano.
“Senti, adesso devo proprio andare a lavorare. Sono quella che ti abita di fronte, quella nuova, capito? Torno a pranzo, se hai bisogno suona,” gli aveva detto, scandendo bene le parole. Aveva frugato nella borsa, trovato un Malox. “Pigliati questo, bevi e mangia,” aveva concluso, poi era uscita.
Verso l’una Jacopo aveva suonato al campanello, le aveva detto “Ciao, sono quello che hai fatto vomitare stamattina, sono vivo e mortificato.” Era tornato da Milano dopo una data, stanco e ubriaco. “Come posso sdebitarmi?,” aveva chiesto. In quell’istante, Lea aveva pensato che potesse essere l’unica persona a non prendere troppo sul serio la sua richiesta. “Qualsiasi cosa?”
“Qualsiasi. Anche dei soldi, ma pochi, non sono ricco.”
“Mangia qui da me domani. Ho bisogno che qualcuno assaggi una roba.”
Così, Jacopo aveva mangiato l’unico pranzo serio che lei avesse mai cucinato, che provava a fare da giorni, per festeggiare con sua madre il suo primo compleanno fuori dal tetto famigliare.
“Ieri mattina non ho pensato niente,” rispose. “Mi sono solo chiesta quanti anni avessi.”
Jacopo lasciò andare una breve risata. “Trenta. Quando ne avevo venti, l’alcool non mi faceva così male. Invecchiano anche i musicisti. E comunque io torno ad assaggiare tutto quel che ti pare. Butto giù anche quello che tua madre ti tira addosso. Davvero.”
Rise anche lei, raccolse le gambe al petto e allungò la mano per chiedergli di passarle la sua sigaretta, solo un istante. Lui la accontentò. Sì, erano coetanei. Quante vite diverse ci sono in uno stesso anno di nascita, uno stesso pianerottolo? Avrebbe voluto dirgli che invidiava la sua libertà, che tutta la sua vita era stata scandita dall’ossessione di compiacere sua madre e allo stesso tempo allontanarla e che provare a smettere di fumare e imparare a cucinare rientravano nella questione. Che adesso che finalmente viveva sola, sola ci si sentiva anche. Che non poteva permettersi di sbagliare quel menu, perché quei piatti erano la sua piccola rivalsa. Che in certe situazioni soccorrere uno sconosciuto da una sbronza e fargli assaggiare l’unica cosa che forse ti riesce ai fornelli diventa una benedizione. Che sentirlo suonare mentre mangiava era sempre stata un’ottima compagnia e che da oggi avrebbe ascoltato le sue canzoni, anche se il funky non era il suo genere preferito. Che chissà cosa stava pensando di lei, se tutto questo o l’esatto opposto.
Invece disse soltanto, “Grazie.”

Questo racconto ha partecipato al concorso letterario a tema “condominio” di ArteinStabile, prodotto dall’Associazione culturale Collettivo Ultramondo, nel vivace e multietnico quartiere di Aurora, a Torino: protagonista è lo stabile di Via Cuneo 5 bis, la descrizione dell’intero progetto potete trovarla qui.

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