Un fiore, un segno

Leggesti un tempo in un saggio di Heinrich Heine di un uomo chiamato Hinrich Knitzler, intento a bruciare il capolavoro della sua ambizione intellettuale ogni volta che questo si avvicinava al compimento. Si trattava per te di una parodia delle antinomie kantiane, trasportate dal piano della purezza logica alla vissutezza dilaniata di un’esistenza concreta. Eri seduto alla tua scrivania e anche tu volevi consegnare un libro che un giorno sarebbe stato presentato alla fiera di Lipsia. Tuttavia il tuo sentire, oggi come ieri, era sempre più vicino a quel personaggio, forse reale, forse immaginario, del Kitzler descritto da Heine.

L’epitaffio era così concluso. Vittoria aveva passato la notte in bianco. Non si dava pace della scomparsa di Andrea. La lunga malattia lo aveva piano piano consumato e fagocitato, come una fiamma che si nutre insaziabile della cera di una candela, come un’onda che inghiotte e poi rigurgita un fazzoletto di sabbia.

Capitolo 1: l’incontro
Una penna stilografica è un tipo di penna, il pennello dello scrittore, composta da una cannetta piena d’inchiostro e da un pennino. L’inchiostro liquido confluisce al pennino attraverso un sistema di distribuzione che combina gravità e capillarità. Potremmo dire che assomiglia al funzionamento del sistema circolatorio del corpo umano. Dopo aver passato la notte ad annotare i pensieri sui suoi quaderni, aveva richiuso con delicatezza il tappo sulla penna. Un “click” ne aveva assicurata la perfetta chiusura.
Le annotazioni erano cominciate nel 1918, anno in cui aveva lasciato la sua abitazione di Battaglia terme ( in provincia di Padova) per trasferirsi a Roma, onde incominciare a seguire le lezioni all’università tenute dal Filosofo, Giovanni Gentile. E qui erano cominciati i problemi. Com’è possibile coadiuvare la libertà individuale con i dogmi della fede? Che si tratti di cattolicesimo o di comunismo, le religioni secolari rimangono fondate sulla falsa mistica del collettivismo. L’intimo della coscienza ovvero la libertà andava difesa contro la chimera collettivistica dello Stato etico di Gentile. Parafrasando Malraux, per difendere il soggetto, la persona-individuo ci vuole una fede individuale.
Allacciato l’orologio uscì di casa. Gli piaceva scendere le scale a passo sostenuto, saltellando da un gradino all’altro. Nel freddo androne del palazzo dove abitava, risuonava la melodia accordata dal tacco della scarpa che colpiva con forza la pietra del gradino con ritmo sincopato, un effetto che interrompe o disturba il flusso regolare armonico del silenzio mattutino. La destinazione ovviamente era la libreria. Accompagnato dal ruggito dell’asta di captzazione della tramvia e dalla fuga in re minore dei clacson delle automobili arrivò ben presto a destinazione. Gli scaffali ripieni di carta rilegata parlavano con lui. I mille colori delle copertine dei libri colpivano con fortissima intensità i suoi sensi. Oramai quella era la sua vita: leggere. Una volta abbandonati gli studi a causa di “saturazione metafisica”, si era ritirato nella solitudine del suo eremo dove l’unica compagnia rimanevano le innumerevoli voci di scrittori morti che affrescavano le pareti del suo appartamento. Tutto ad un tratto la sua attenzione venne colpita da un volumetto che era stato pubblicato proprio quell’anno, 1971, dall’editore Rusconi. “Il flauto e il tappeto” scritto da Vittoria Guerrini. Vittoria Guerrini, chi era costei?

Capitolo 2: lo scambio
I suoi occhi color ciano rimasero incollati su quei raffinati caratteri che adornavano le pagine lisce del libro per tutto il giorno. Ma le pagine non erano che un filtro. Ci si immagini di essere affacciati a una finestra chiusa: tutto il rumore che proviene dall’esterno rimane soffocato, come se il reticolo costituito da ossido di silicio e ossido di boro assorbisse le onde sonore rilasciate dagli oggetti al di là di quello: non rimane che un flebile suono che raggiunge a stento il nostro orecchio. Allo stesso modo le pagine: queste soffocano la reale voce dell’autore e solo la nostra immaginazione può cogliere le varie intonazioni, le intenzioni, i dialoghi. Anche Vittoria era d’accordo. Nell’analizzare il rapporto tra infanzia e morte, affermava che Pasternak ne era un solido testimone, quando nei suoi appunti su Chopin affermava che gli Studi erano saggi per una teoria dell’infanzia e, proprio per questo, una preparazione pianistica alla morte, una ricerca dove l’orecchio è l’occhio dell’anima.
E fu così che nel febbraio del 1972 Andrea spedì, con infinita trepidazione, la famigerata lettera, la prima di quattordici lettere che sancirono, come una firma notarile, la loro insolubile amicizia. Questo rapporto epistolare era intervallato anche da lunghissime telefonate, alle ore più disparate. Capitava che Vittoria lo andasse addirittura a trovare presso la villa di famiglia, Villa Emo, oramai famosa solo per i matrimoni sfarzosi che ivi si celebrano e per le grida di wedding planners isterici. Significativa rimase una di queste visite. Giunta presso Fanzolo di Vedelago, un paesino in provincia di Treviso, Vittoria venne ricevuta da Andrea nella sua biblioteca: pareti affrescate con motivi rinascimentali avvolgevano come seta le scaffalature in mogano ricolme di manoscritti, posizionati rigorosamente in ordine alfabetico. Un tavolino di marmo accoglieva migliaia di fogli sparsi, scritti fittamente come fitta scende la pioggia autunnale sulla collina veneta. Aperta la borsa, l’amica del cuore gli porse due libri: una raccolta di poesie dello scrittore americano Williams e un saggio di Simone Weil sull’antica Grecia. Di entrambi i testi lei sarebbe stata il curatore. E fu proprio nel discutere il concetto di vergogna presente nella cultura omerica che il “filosofo” ebbe un sussulto: il suo viso, scavato e pallido come i petali di ghiaccio che scendono con fatica da nuvole congelate, bianco di zinco, incastonato da pietre turchesi, ebbe un’improvvisa vitalità. C’è sempre un elemento scandaloso e vergognoso nella verità? Forse è l’individualità pura, attorno a cui verte la fede e che si crea con la sua negazione. L’individualità è sempre nuda e la nudità è scandalosa. I vestiti sono l’uniforme della società. Invano la donna e l’uomo credono di distinguersi con le vesti; e credono che la nudità sia uniformità. In realtà le vesti sono il riconoscimento della società, del sociale. Ma le vesti sarebbero nulla se non fossero animate dalla vita di una nudità. La veste è orgogliosa della nudità che essa socializza. Poi si spense nuovamente.

Capitolo 3: la morte
Sempre più rinchiuso nella sua solitudine Andrea trascorreva i giorni immerso nelle letture. Quando qualcuno, che fosse Vittoria, che fossero Ugo o Alberto (probabilmente gli unici veri amici che l’accompagnarono nella sua vita) gli proponeva di proporre i suoi quaderni a qualche editore, con tono seccato e categorico rispondeva che sarebbe stato meglio darlo alle fiamme, almeno le fiamme avrebbero illuminato la vera essenza del nichilismo. Passava gran parte della giornata a letto, dato che la malattia aveva assorbito ogni sua energia vitale. Ma non aveva paura della morte: il solo difetto di questa è che ci pone in condizione di non poter apprezzare il suo beneficio. Era affascinato dalla malattia: la crescita incontrollata e scoordinata di un gruppo di cellule a scapito dell’omeostasi tissutale determinata da alterazioni del proprio patrimonio genetico. Nihil a me alienum puto. La malattia è parte di me, si sviluppa da me e mi ingloba.
E fu così che l’11 dicembre del 1993 spirò. Nella sua camera situata nel reparto di terapia intensiva c’era Vittoria. E gli teneva la mano. Piangeva. E lui, con un ultimo barlume di lucidità, le disse di non preoccuparsi. Non stava soffrendo ed era sereno. Interpretava la fine della sua vita come un sogno: il sogno è l’eco della nostra vita, ripercosso tra le vane ombre del nulla. Morì da autentico filosofo.

Epilogo
La lacrima è salata: è composta da una porzione secretoria che la secerne e da una escretoria che la drena verso il naso. Le venne in mente di quel dialogo, a Trastevere. Aveva appena terminata la lettura degli dei in esilio di Heine. Ne discuteva con Andrea, sempre preparato su qualsiasi argomento gli si sottoponeva. Era interessante notare l’influenza della poetica romantica nell’idealismo tedesco. Con una vena ironica aveva apostrofato l’ atteggiamento disfattista e aggressivo-passivo nei confronti dei suoi sforzi letterari ricordando la celebre frase del poeta di Dusseldorf: chi brucia i libri, presto o tardi arriverà a bruciare esseri umani. E con un ghigno beffardo aveva cambiato argomento.

Il racconto è scritto da
Federico Vezzetti

L’incipit di questo racconto è di
Alessandro Calefati

Photo credit:
Copertina di Andrea Emo, Quaderni di Metafisica 1927-1981, (a cura di) M. Donà e R. Gasparotti, Bompiani 2006

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